Sound

S come Sound

Avete mai sfiorato i tasti di un pianoforte o le corde di una chitarra solo per il puro piacere di ascoltarne il suono maldestro? Ricordate la canzone della vostra estate più bella o le canzoni stonate che cantavate in macchina verso il mare? Avete mai acceso la radio per caso e riascoltato una canzone che vi ha fatto correre indietro nella memoria a recuperare i fotogrammi di quando l’avevate sentita per la prima volta?

Ci sono dei momenti in cui una musica ci graffia al primo ascolto, perché nelle sue parole e nelle sue vibrazioni ritroviamo un successo o, più spesso, una ferita. Ci sono casi, poi, in cui semplicemente di una canzone abbiamo bisogno, senza un vero motivo. Ci sono concerti che ci segnano perché ci fanno sentire, tra il gioco dei bassi e l’adrenalina che contagia, che si può gioire dell’arte.

La musica, in fondo, è un linguaggio che, a differenza degli altri, può essere compreso da tutti i popoli. Alla musica, fin dai tempi più antichi, quando l’uomo non sapeva ancora leggere né tantomeno produceva pellicole cinematografiche, è sempre stato attribuito un valore salvifico ed è per questo che rientra a pieno titolo in ciò che definiamo “sale della vita”.

Francesca Bianchi e Gabriele Zagni


La tana del Bianconiglio

Che la musica abbia dei poteri speciali credo di averlo capito nel 1999.  In quell’anno lontano di fine secolo, mentre  fuori tirava un’aria gravida di aspettativa e speranza per il nuovo millennio dentro di me ne spirava una irrequieta uguale ed opposta, come le migliori leggi della fisica – o insomma, quella roba là che avrei imparato presto ad odiare – insegnano. Ricordo perfettamente l’istintiva attrazione che provai verso quel disco, senza alcun motivo apparente; forse sarà stata quella copertina arancione e blu tanto particolare i cui colori erano a soqquadro. Ricordo il gesto, tanto inedito quanto naturale,  con cui mi avvicinai alla libreria a parete – che allora mi pareva avere le dimensioni dell’Annapurna – cercando di allungarmi in punta di piedi per arrivare ad afferrare l’oggetto del mio desiderio, che a livello inconscio aveva richiamato il mio interesse quanto avrebbe fatto di norma una scatola di cioccolatini. È impressa nella mia memoria la religiosa cura con cui afferrai quel cofanetto: lo aprii e, dopo averne estratto il prezioso tesoro, infilai per la prima volta quel disco luccicante nello stereo. Avevo atteso pazientemente di essere sola per godermi quel momento che aveva un sapore tanto importante senza saperne di preciso il motivo. Avevo 8 anni – ma mi piaceva dire “quasi nove” – e stava uscendo dagli amplificatori la chitarra di John Frusciante inseguita dal basso di Flea. Era l’intro di Around The World. Qualcosa scattò, nel momento in cui quel pezzo aveva iniziato ad inondare la stanza. Ovviamente non era la prima volta che ascoltavo della musica, ma quella era la prima volta che ero io a scegliere come, quando e cosa  ascoltare; che provavo la sensazione di sentirla dentro, la musica, e non solo nelle orecchie.  La prima volta che ne scoprivo il potere liberatorio mentre saltavo sul letto al ritmo di Get On Top. Avrei presto scoperto che i poteri di sette note, declinate in mille tonalità e combinazioni, potevano essere infiniti. Liberatori, lenitivi, rivelatori, accomunatori o divisori, isolatori, semplicemente accompagnatori, catartici.

Se fossi Rob di High Fidelity, potrei dire senza esitazione che Californication merita l’oro in una mia ipotetica Top 5 de “I dischi dal maggior valore affettivo”, quelli che mi hanno fatto amare la Musica per la Musica.

È un album che ha ridato, moltiplicandolo con gli interessi, successo a una band da alcuni data per finita, band a cui il ritorno di John Frusciante, appena ristabilitosi dopo anni di dipendenze che l’avevano quasi condotto alla morte,  ha restituito linfa vitale grazie al suo apporto tecnico ed artistico. Il suo rientro, assieme all’impegno degli altri componenti per un costante miglioramento, ha contribuito ad una svolta verso un sound più contemporaneo nelle sue tonalità rock e funky, decisamente più melodiche in pezzi come Scar Tissue ed Otherside e nelle meno note Porcelain e Road Trippin’, che ha permesso ai RHCP di affrancarsi dalle sonorità più dure e di derivazione rap precedenti, che riecheggiano forse soltanto in Purple Stain e Right On Time. Pezzi come Around The World, Parallel Universe, Easily,  Savior, permettono invece di apprezzare la potenza di riff eccentrici regalati dalle chitarre di Frusciante e dal basso di Flea, sorrette da Smith alla batteria.

Californication non è un album tecnicamente perfetto, né estremamente innovativo; non è nemmeno tra i miei preferiti. Non posso non riconoscere però la sua funzione per me quasi battesimale, di tana del Bianconiglio che mi condusse per la prima volta in un mondo che sarebbe stato il mio angolo di conforto, crescita e compagnia per gli anni a seguire. Fino ad ora.

album | Californication
artista | Red Hot Chili Peppers
pubblicazione | 1999
etichetta | Warner Bros.

Chiara Marchisotti

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