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Nel nome di Dioniso

Era il IV secolo a.C. quando Platone diede vita al dialogo Fedro, opera in cui il filosofo afferma la superiorità della follia (di origine divina) alla sapienza (di umana natura). Secondo Platone la follia, da intendersi come “mania” divina, è declinabile in quattro diversi invasamenti mentali: “l’ispirazione divinatoria l’abbiamo attribuita ad Apollo, quella iniziatica a Dioniso, quella poetica poi alle Muse, e la quarta ad Afrodite e a Eros” (Platone, Fedro). La follia che più mi affascina è certamente quella dionisiaca, abilmente descritta da Euripide nelle Baccanti, dove la follia dell’iniziato è l’estasi della possessione divina. Inebriati dal vino, dalle danze e dalla musica di sistri e tamburelli, i partecipanti ai riti dionisiaci si lasciavano trasportare da una estatica follia collettiva, di cui il dio era l’ispiratore supremo. “Ex-stasis”, uscire fuori, estraniarsi, quasi come se l’individuo provasse una sorta di un annullamento di sé, identificandosi per un momento con il divino. Dioniso, dio del vino, dell’estasi, della possessione, ma allo stesso tempo dio dell’ambiguità, della maschera, è il riferimento assoluto della mania telestica, che tuttavia non va intesa come insanità mentale oggi considerata segno di forte debolezza, “bensì ad uno stato in cui si trascende temporaneamente la razionalità e, attraverso la musica e la danza, si conduce il processo entro la cornice rituale” (M.Cavallo, 2003). L’espressione del culto dionisiaco altro non rispecchia, dunque, che un bisogno intrinseco alla natura umana di uscire dagli schemi della razionalità, di evadere almeno spiritualmente della gabbie della ragione, anche solo per brevi istanti. Dinanzi a questa frase inorridirebbe Apollo, dio della ragione pura, della misura, della razionalità, la cui dialettica con Dioniso è di immemore origine. Eppure proprio ad Apollo è attribuita una delle declinazioni della follia platonicamente intesa, la cosiddetta “follia profetica”, in virtù del comportamento così singolare delle Pizie da far pensare, appunto, che fossero in preda alla “follia”. Del resto, penetrando nella mente delle sacerdotesse di Delfi, era Apollo stesso a dare loro la facoltà di pronunciare oracoli e di predire, così, il futuro.

Vi siete mai chiesti se, per caso, fosse la follia stessa ad essere la chiave della razionalità?
Se il fatto che anche Apollo, normalmente considerato come incarnazione divina della ragione, viene inserito nelle quattro tipologie della follia non sia un segno evidente dell’inferiorità, meglio intesa come subordinazione, della ragione di fronte alla follia? Sin dalle prime lezioni al ginnasio ho invidiato moltissimo il ruolo delle Pizie, più che per le capacità oracolari, per la possibilità esclusiva che Apollo conferiva loro di dimenticare per un attimo la propria identità, la connessione con la realtà, i ruoli e le imposizioni terrene. E poi una vertigine, un lampo nella mente e si passava al brusco risveglio, ad una secchiata d’acqua fredda, certamente, ma con la consapevolezza di aver rivelato verità nascoste ai comuni mortali. C’è chi sostiene ancora oggi, infatti, che soltanto la follia liberi il vero. Del resto, le sacerdotesse di Apollo erano forse le uniche donne degne di ricoprire una posizione sociale di prestigio nell’antica Grecia. E, se ci pensate bene, proprio qui sta l’estremo paradosso della società moderna: a chi veniva conferito l’apice della piramide sociale è oggi all’ultimo anello della catena umana.
Dov’è finito il “folle” nel 2013? Cos’ha screditato il suo ruolo?

Nella mia profonda ignoranza clinica del caso, sono convinta che vi sia in ogni uomo una componente dionisiaca ad influenzare anche il più ferreo spirito apollineo: è ciò che si concretizza nelle nostre decisioni impulsive, nell’irrazionalità che prende il sopravvento, talvolta anche nel desiderio irrefrenabile di NON seguire la dantesca retta via. Ed è proprio Dante che insegna che spesso appare imprescindibile saper contenere lo spirito dionisiaco, anche solo per non rischiare di emulare le gesta del celebre quanto sventurato eroe omerico. Egli, infatti, fu talmente sfrontato da sfidare la potenza degli dei e fu così supponente da poter pensare di conoscere l’ignoto, tanto da guadagnarsi il disappunto di Dante, che prontamente riservò al greco re una superba collocazione nell’Inferno e che non esitò a definire il suo impavido viaggio “un folle volo”.

E voi, siete apollinei o dionisiaci?

Francesca Bianchi

 

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5 thoughts on “Nel nome di Dioniso

  1. Ognuno di noi é apollo e dioniso insieme…. Perché dentro ognuno di noi,inconfessata,c’é questa agognata possibilità : perdere improvvisamente l’ancora,o meglio,la zavorra che ci tiene ancorati al mondo “regolare”!!!
    Splendido editoriale!

  2. … il “sale” della vita è quel pò di dionisiaco che c’è in ognuno di noi , e gettare il cuore oltre l’ostacolo , seguire l’impulso del sentimento piuttosto che le riflessioni della ragione ci permette di continuare a sognare …grazie Francesca

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