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Il buio nella mente

Il peggio è dunque passato, abbiamo superato indenni la data segnata dal calendario Maya come fine del mondo. Niente asteroide, niente inversione del polo magnetico (come se potesse davvero mandare a rotoli il pianeta!), né invasione aliena: i Maya avevano torto. Oppure noi abbiamo capito male il loro messaggio.
Lontano dai film disastrosi di Roland Hemmerich, per nulla interessanti, se non, forse, per un certo voyerismo apotropaico dei disastri, due film della stagione 2011 forniscono una differente e parallela prospettiva. Si tratta di Melancholia di Lars von Trier, più famoso per le boutade di Cannes del regista danese, e Take Shelter dell’americano Jeff Nichols, film completamente negletto in Italia. Entrambi, infatti, mettono in relazione una fine del mondo, vera o fittizia, con la malattia mentale. Forse i Maya ci volevano indicare non semplicemente la fine del mondo, ma il termine del nostro Mondo interiore, che poi è anche lo strumento con cui leggiamo il mondo fuori. La perdita di ciò che ci rende intimamente umani e che si estrinseca della diversità dialettica nei confronti del mondo esterno.

Lars von Trier ci pone di fronte a un caso di Depressione Maggiore Ricorrente, magistralmente incarnata dalla bella e provata Kirsten Dunst. Già nel prologo Wagneriano siamo trasportati attraverso la densa e poetica sofferenza della protagonista e verso l’epilogo tragico, noto fin da subito. Salvo alcune scene da pubblicità dello shampoo, come quella in cui la Dunst giace nuda sotto la luna nel bosco, la malattia è resa con estrema fedeltà, sia nei comportamenti della protagonista, che nel suo rapporto con gli altri, senza alcun patetismo. A lei fa da contraltare la sorella, nel viso tirato di Charlotte Gainsbourg, sempre intenta a mettere in ordine e a far apparire le cose meglio di come sono, simbolo forse della società che prende rapporto con la malattia o della volontà registica di dare un senso alle cose. Nel film, però, quando un mondo sconosciuto incombe su di loro, i “normali” perdono la testa e il timone viene preso da chi il proprio mondo lo aveva già visto crollare. Questa visione un po’ poetica della malattia è frequentemente riscontrabile nel cinema e nella letteratura. Meno apertamente che in Antichrist, il regista danese si pone a confronto col lavoro del regista russo Andrej Tarkovkij. Quest’ultimo analizzerà più volte la figura del “matto” (citiamo su tutti Nostalghia, con la sceneggiatura del nostro Tonino Guerra), ma Melancholia si pone in parallelo con Sacrificio, l’ultimo film del regista russo, nel quale un “pazzo” salva il mondo e la sua famiglia da un’immane guerra attraverso il sacrificio di sé stesso e della sua mente. Entrambi i registi sembrano dirci che il mondo finisce, davvero o meno (davvero per chi?) sul limitare della nostra comprensione.

Curiosamente nello stesso anno, è uscito un film americano di rara bellezza e forza, completamente girato sul volto di Micheal Shannon. Si tratta, forse, di uno dei più bravi attori del panorama americano, che si è fatto conoscere nel ruolo del figlio malato (guarda un po’) di mente dei vicini di casa in Revolutionary Road e come protagonista ossessionato dal teatro greco in My Son, My Son, What Have Ye Done? Di Werner Herzog. Il suo viso si presta alla patologia psichiatrica, è terreno fertile per far germogliare la patologia. In Take Shelter Shannon è un padre di famiglia che inizia ad avere sogni e poi allucinazioni di un tremendo nubifragio, catastrofico per il mondo intero, per proteggersi dal quale inizia a creare un bunker che diventerà la sua ossessione. Configura un quadro di psicosi. Il film lascia intendere che potrebbe essere l’esordio di una Schizofrenia, di cui la madre è affetta, ma troppe volte il cinema ha raggruppato sotto il grande cappello della Schizofrenia malattie mentali diverse. Anche qui la malattia rappresenta l’ostacolo che, tassello dopo tassello, porta alla dissoluzione il mondo del protagonista, che viene privato del lavoro, delle amicizie e del rispetto dei suoi concittadini, sempre pronti a stigmatizzare per ignoranza, fino a rischiare di perdere la propria famiglia. Negli occhi di Shannon leggiamo la paura di fronte a un mondo diverso e nuovo che non è pronto ad affrontare e il terrore di essere malato. Insieme a lui vengono trascinati nel vortice della fine della coscienza i famigliari, non sempre pronti né armati e soprattutto indecisi se credere al proprio caro o al proprio buon senso. Il finale, ovviamente, lascia dei dubbi e dei sottintesi e ricorda vagamente l’atmosfera di Donnie Darko (anche lui malato e anche lui alle prese con la fine del mondo). La famiglia è entrata a far parte del mondo scisso del protagonista, oppure lui aveva fin da principio ragione? Ogni considerazione lascia comunque intatta la percezione della sofferenza e del disagio di vedere il mondo cambiare dinnanzi a propri occhi, perdere la netta antitesi fra ciò che è fuori e ciò che siamo noi, all’interno. E forse la perdita di questi confini fa più paura di una astronave aliena.

Alessandro Pigoni

Melancholia
Melancholia, Danimarca, Svezia 2011
regia | Lars Von Trier
interpreti | Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Alexander Skarsgard
sceneggiatura | Lars Von Trier
fotografia | Manuel Alberto Claro
durata | 2h16’

Take Shelter
Take Shelter, USA 2011
regia | Jeff Nichols
interpreti | Michael Shannon, Jessica Chastain, Shea Whigham
sceneggiatura | Jeff Nichols
fotografia | Adam Stone
musica | David Wingo
durata | 2h

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2 thoughts on “Il buio nella mente

  1. Trovo illuminante questo tuo parallelismo tra la fine del mondo apocalittica ed il manifestarsi d’esordio della follia, individuale o collettiva che sia! Anche in questo secondo caso ,infatti, finisce un/il mondo ….ma si apre comunque un altro mondo …di cui ,ai “normali”,solo non é dato di possedere la chiave di lettura

  2. Pingback: Nel nome di Dioniso |

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