Sound

The amazing journey

Ragione e follia sono le facce di un Giano Bifronte in costante ed inarrestabile mutamento, inestricabilmente correlate tra loro, ma anche al periodo storico che ne ha visto l’interpretazione e l’applicazione come peso e misura della propria essenza spirituale, sociale, scientifica, culturale. Le numerose incursioni sul tema in campo musicale spaziano dalla pazzia come malattia mentale, dipinta magistralmente in pezzi di The Dark Side Of The Moon e, successivamente, nell’opera distopica The Wall , a quella frutto della disinibizione più completa, che ha visto il proprio apice prima con il Monterey Pop Festival nel 1967 e poi con il Woodstock Music & Art Fair due anni dopo. In questi eventi artisti come Hendrix, Joplin, e Slick (Jefferson Airplane) hanno incarnato lo spirito bacchico che ha caratterizzato una generazione ed un’era, quella della contro-cultura giovanile. Il 1969, con Woodstock, marcò la fine di un decennio, portandone al culmine l’essenza e vedendo la pubblicazione di quella che sarebbe stata la prima rock opera (o più correttamente, cantata, dato che in principio manca la parte recitativa) della storia: Tommy. Gli Who, emersi alla fine della prima metà anni Sessanta e presto scalate le classifiche inglesi, erano intrappolati nel ruolo di hit-band e si trovavano sull’orlo della bancarotta; ma Townshend aveva altri progetti. Il chitarrista e compositore aveva iniziato un viaggio mistico al seguito del maestro spirituale Meher Baba – poi citato nei credits dell’album come Avatar, ovvero incarnazione divina – e iniziò presto a lavorare su un progetto incredibilmente innovativo ed ambizioso; il focus si spostava dalla canzone all’album, strumento nella sua interezza capace di maggior ampiezza e di esprimere una linea narrativa più elaborata. La registrazione di Tommy richiede però tempo e denaro, e spesso le sessioni in studio della band vengono interrotte per qualche live al fine di recuperare liquidità; la posta in gioco è alta, e questo Pete, Roger, John e Keith lo sanno. L’ardore dell’impresa viene tuttavia premiato: Tommy scala le classifiche britanniche e incassa notevolmente. L’album è un successo e la band inizia ad eseguirlo dal vivo quasi per intero, esibizione dopo esibizione, conferendogli ancora maggior forza comunicativa – per questo motivo Townshend escluse da principio di coinvolgere un’orchestra sinfonica in sala di registrazione, perché avrebbe impedito una fedele riproduzione dal vivo e tradito la ruvida semplicità di un gruppo voce/chitarra/basso/batteria. Si disse addirittura che Daltrey (voce) era Tommy tanto quanto Tommy era Daltrey.

In seguito, Tommy è il primo album a veder sorgere trasposizioni sinfoniche, produzioni teatrali e addirittura una pellicola, uno psichedelico musical con la partecipazione degli Who stessi al fianco di attori e altre celebrità musicali del calibro di Eric Clapton, Elton John, Tina Turner, Jack Nicholson ed Ann-Margaret. I messaggi e le tematiche affrontate nell’album sono molteplici ed incredibilmente attuali e moderni per il tempo. Nato orfano di padre, un militare inglese disperso nel primo conflitto mondiale (It’s A Boy), Tommy assiste, ancora bambino, a quello che si deduce essere un omicidio commesso dal genitore – in seguito al repentino ed insperato ritorno a casa – nei confronti dell’amante della moglie. I coniugi riuniti si rivolgono imperativamente al figlio dicendogli che non ha “mai sentito, mai visto” ciò che è successo e che “non dirà mai una parola a nessuno in tutta la sua vita” (1921). Tommy reagisce diventando sordo, cieco e muto, in una forma apparentemente autistica di rifiuto della realtà sensoriale e relazionale che lo circonda che implica, come contrappeso e riflesso, un’intensa attività introspettiva e lo inizia ad un Amazing Journey che sarà oggetto dello sviluppo dell’album. È proprio questo pezzo ad offrire la dichiarazione d’intenti, o una sinossi, di cosa è davvero Tommy: “Sickness will surely take the mind / Where minds can’t usually go / Come on the amazing journey / And learn all you should know”. Nell’arco della storia tematiche ulteriori vengono sviluppate a diramarsi da quella centrale, ovvero la malattia mentale – o presunta tale – del protagonista. In Christmas si affronta la religiosità nella sua accezione più conformista; i genitori esplicitano l’immancabile confronto con i bambini “normali”, e si interrogano sulla possibilità che il figlio si salvi dalla dannazione eterna per la sua mancanza di conoscenza di Dio e della preghiera. La ricerca ossessiva di una cura da parte dei genitori ricorre lungo tutto il percorso di crescita di Tommy, e questo accentua ed amplifica la concezione da parte dei “sani” della follia, del disagio e della diversità come vera e propria patologia che in quanto tale deve essere curata, sconfitta, risolta, permettendo al soggetto di rientrare in quei parametri sociali ritenuti normali e, quindi, semplicisticamente, corretti. Lo spasmodico anelito verso la cura traspare tanto in Eyesight To The Blind e The Acid Queen – che raccontano i tentativi di cura attraverso l’aiuto di un promiscuo signore e di una prostituta dedita agli allucinogeni– quanto nella successiva There’s A Doctor in cui un fantomatico dottore, che parrebbe inizialmente offrire una speranza, dichiara infine che il ragazzo è fisicamente in salute e che i suoi problemi sono di natura psicosomatica. Nel frattempo, il protagonista subisce due ulteriori traumi: degli atti di bullismo da parte del cugino e delle molestie da parte dello zio, episodi di diversa violenza raccontati rispettivamente in Cousin Kevin e Fiddle About. Ma la svolta arriva quando Tommy diventa un Pinball Wizard, un maestro del flipper, unico modo in cui riesce a dar sfogo alla propria personalità; e, come ci viene chiarito, se lo padroneggia è proprio perché “non ha distrazioni”, non vedendone le luci né sentendone i rumori, ma “gioca ad intuito”. Tommy è ormai un giovane adulto e l’unica cosa che fissa intensamente è il proprio specchio; la madre, frustrata, in una drammatica Tommy, Can You Hear Me? che culmina in Smash The Mirror lo confronta con la realtà e finisce per rompere l’incantesimo che incombe sul figlio distruggendone il riflesso e permettendogli di tornare in sé. Da qui si apre la seconda parte della composizione, nella quale Tommy assume le vesti di Messia diffondendo il messaggio della sua storia personale che raccoglie sempre più seguaci (Sally Simpson, I’m Free, Welcome). È sul finire dell’opera, però, che i discepoli di Tommy finiscono per ripudiarne gli insegnamenti eccessivamente severi rifiutando in sostanza lui stesso (We’re Not Gonna Take It); nuovamente solo ed abbandonato, Tommy guarda nuovamente a se stesso, consapevole sin da principio che lì e lì soltanto potrà trovare le risposte e la forza di cui ha bisogno per andare avanti (See Me, Feel Me/Listening To You).

Tommy è un diverso, un emarginato, un malato di mente che scopriamo poi essere fisicamente sanissimo: l’unica malattia mentale di cui egli soffre è frutto della reazione originariamente indotta da dittami esterni che lo hanno costretto in una gabbia i cui veri e propri creatori hanno poi amato vituperare. È Tommy il matto, eppure tutti i personaggi con cui interagisce, illustri esponenti della più banale normalità si rivelano labili ingranaggi di una catena che ci fa mettere in dubbio l’essenza ed il valore intrinseco della sanità mentale. Tommy è un (pacifico) combattente, un perseverante, ed infine, un illuminato ed illuminante (incompreso).
Tommy è ciascuno di noi.

Chiara Marchisotti

Titolo: Tommy
Artista: The Who
Pubblicazione: 1969
Etichetta: Polydor, Track, Decca/MCA

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One thought on “The amazing journey

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