Literature

La pazza della porta accanto

Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta

Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo del 1931. Da adolescente cerca di ottenere l’ammissione al Liceo Manzoni di Milano ma, sorprendentemente, non supera la prova di italiano. Questa vicenda mi ha ricordato quella di altri grandi che, per ragioni apparentemente inspiegabili visti poi i loro successi lavorativi, hanno avuto percorsi scolastici un po’ travagliati. Per esempio, Albert Einstein fu bocciato all’esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, mentre Thomas Edison venne espulso a 12 anni per gravi lacune in matematica. Come a dire: ragazzi, tranquilli! C’è speranza anche per noi.

La pazza della porta accanto” è una delle poche opere in prosa della poetessa dei Navigli. È divisa in quattro capitoli (l’Amore, il Sequestro, la Famiglia, il Dolore) attraverso i quali Alda Merini racconta la propria vita, sulla quale pesano costantemente “le ombre della mente”, cioè la follia con la quale ha convissuto per tanti anni. La narrazione non è lineare, spesso avviene sottoforma di veri e propri flussi di coscienza, di flashback, di allegorie mitologiche.

È facile entrare in empatia con la scrittrice che racconta le proprie sofferenze: gli amori perduti e tormentati (ad esempio un amore impossibile per un prete), le figlie cresciute a distanza, la povertà, gli isolamenti prima a Milano e poi a Taranto, la sensazione di non essere creduta da nessuno. In “La polvere che fa volare”, un’intervista in appendice al libro, Alda Merini spiega che “il dolore più profondo nasce dalla socialità”. Ciò che l’ha fatta più soffrire è stato il fatto che altre persone decidessero per lei, costringendola a farsi internare, ad abortire, a dare in affidamento i figli, a mettere per iscritto i versi, a sottoporsi all’elettroshock che le ha spazzato via i sentimenti dalla testa. E i sentimenti sono come la polvere sulle ali delle farfalle: “Lei tolga la polvere alle farfalle e quelle non volano più. L’uomo con tutta la sua scienza non ha capito questo, che le farfalle non vanno spolverate”.

La cosa che più colpisce è la tranquillità con la quale la Merini parla della propria malattia e dei sequestri in manicomio. Nel corso della lettura si capisce che tale lucidità deriva da un’accettazione sincera del destino: “Comunemente si pensa che si possa scegliere la vita e il genere di vita che più ci compete, ma è difficile per tutti sottrarsi all’imperativo della nascita, e a quello più urgente del dolore.  Alda Merini comprende e accetta la propria condizione di “angelo malato” ed è in grado di trasformare la follia, inizialmente malattia ed impedimento, in materiale poetico. Scrive: “Non si può usare la pazzia con uno scopo. Il delirio dà alla luce figure, visioni, realtà sommerse. La follia è un capitale enorme, estremamente prolifico, però lo può amministrare solo un poeta”.  La follia, quindi, come percorso di purificazione attraverso il dolore. E fin qua, nulla di nuovo. Ciò che invece è nuovo, ed è veramente da pazzi, è che una donna così umiliata, avvilita, violentata, delusa, abbandonata possa ancora esprimere una gratitudine immensa per la vita. La sua “croce senza giustizia”, il manicomio, le ha fatto scoprire la potenza della vita. Anche nei momenti di sconforto, durante i lunghi internamenti, ella riesce a collocare il dolore e le sofferenze in uno scomparto ben preciso della propria mente, così che non possano intaccare l’amore per la vita. A chi le contesta di giocare sul dolore, di sfruttare l’esperienza in manicomio per raggiungere la fama, la Merini risponde dicendo di valere non perché ha vissuto il manicomio, ma perché l’ha superato. È questo che le permette di non conoscere l’odio e il rancore. È follia questa? A me sembra il pensiero più razionale che si possa fare, tanto più se chi lo formula ha passato metà della propria vita con delle fascette di canapa che le tenevano legati i polsi.

La pazza della porta accanto” è all’apparenza un libricino semplice, scritto a caratteri grandi, ma si rivela subito oscuro e complesso. Alda Merini non fa sconti al lettore, non usa parole morbide, non nasconde nessun dettaglio scabroso. Ne risulta un’amara riflessione sull’uomo ed un’accorata istigazione a vivere.

“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…  per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.

Giulia Galimberti

autore | Alda Merini
titolo | La pazza della porta accanto
editore | Bompiani
collana | Tascabili
anno prima edizione | 1995

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3 thoughts on “La pazza della porta accanto

  1. Per questa grande poetessa “la follia divenne un lucido modo di vivere”,di questa frase e delle sue sfumature ha vissuto,purtroppo emarginata nei suoi ultimi anni,La sua mancanza è tangibile e la ricordo sempre con stima ed emozione!!Ti lascio una poesia che scrissi per lei dopo la sua morte.
    “Ad Alda”
    Non riesco a liberare le mie parole da intrecci emotivi
    sussurrate nel silenzio
    di quella zona d’ombra che ora ci lasci .
    Così in punta di piedi
    ti sei allontanata dai tuoi cari navigli
    dai vezzi scarlatti e dalla sigarette che respiravi composta.
    Ti chiedevi
    chi legge più la poesia?
    Ora siamo tutti qui a piangerti e smentirti
    E’ qui
    chi ti ha sempre amato
    ed è qui
    chi non sapeva neanche che tu con la poesia scalfivi!
    sfuggente
    ironica
    scontrosa
    con quel fare
    genuino
    schietto
    che sferzava come un fulmine a ciel sereno
    E lasciava di stucco chi cercava
    di legarti
    di leggerti tra i versi
    madre di un dolore continuamente rivangato
    pubblicizzato
    forse avresti voluto sparisse
    che il tempo lenisse
    e invece è diventato per i più un cavallo di battaglia
    una croce nella tua Terra Santa
    Purgatorio di solitudini
    Di conversazioni mozzate
    Di compagnia elemosinata
    In silenzio
    Il poeta non appare
    Soffre
    Allontanando affetti che non capirebbero i suoi crucci
    Ma subisce la vita
    Ribellandosi con la penna.
    C’erano i tuoi gesti ad incantarmi Alda
    di semplicità
    di donna sostenuta
    ma con un cuore fragile
    un cuore capace di sanguinare su fogli bianchi.
    Mi hai chiesto quale fosse la poesia che amavo tra le tue
    allora non ti dissi che quella poesia era la tua vita!
    Sonia

  2. Pingback: Nel nome di Dioniso |

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