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Democrazia, portami via

Una croce e un paio di pieghe. Poi l’urna. Grazie, e arrivederci.
Un semplice gesto dietro il quale si dipanano secoli di vicende, lotte e conquiste. È da quel gesto cheho provato a immaginare, senza alcuna pretesa di completezza, di scoprire alcuni luoghi che, proprio grazie alla democrazia, hanno cambiato irrimediabilmente volto. Passeremo, quindi, per un luogo dove la democrazia è nata, per uno dove ha cambiato la storia recente e per alcuni paesaggi dove la democrazia è arrivata, o sta arrivando… di proposito.

Come era dunque prevedibile, questo viaggio immaginario prende avvio proprio dalla Grecia. Da quello stesso Paese, oggi sotto drammatici e forse troppo taciti riflettori, dove, nella prima metà del V secolo, il sistema delle poleis si organizza dando sempre più spazio ai cittadini negli affari di governo. È con la nascita di questa forma di “popolo sovrano”, i cui risvolti politici esulano dal nostro campo, che si modifica anche l’architettura delle città. Ad Atene si riorganizza l’Agorà,sulla scia di un progetto di Pisistrato, fino a farla diventare il luogo-simbolo, tutt’ora visitabile, della città. Un centro sociale, religioso e commerciale che si fa politico, ospitando le assemblee dei cittadini chiamati a discutere sui problemi della comunità e sulle sue leggi.

Visitando la piazza, presso i resti della Stoà di Attalo, troverete ora il Museo dell’Agorà che contiene i segni tangibili della sovranità del popolo ateniese: accanto a monete, sandali, giocattoli e vasi, infatti, è possibile contemplare un orologio idraulico che serviva a misurare la lunghezza degli interventi e, soprattutto, qualche resto di ostraca, i famosi cocci sui quali si scriveva (o votava, per l’appunto) il nome del cittadino che si voleva eleggere o, adoccasionem, mandare in esilio per dieci anni, dando origine all’ostracismo. Tantissimi altri, poi, sono gli edifici che costituiscono la complessa organizzazione di questa piazza: templi e colonnati sormontati dallo scenario mozzafiato dell’Acropoli che si profila lì accanto.

La democrazia, dunque, dalle terre degli Achei, viaggia nel tempo e nello spazio e ci porta a fare un salto considerevole. Ci sono luoghi, infatti, dove l’applicazione del principio democratico ha cambiato il volto, se non addirittura la geografia di un Paese. Risaliamo fino ai giorni nostri per parlare del Sud Sudan,dove un referendum ha sancito, il 9 luglio 2011, la secessione dal Sudan dando origine a un vero e proprio nuovo Stato con una sua capitale (Juba) e un suo governo. Tale (storico) evento è arrivato dopo 25 anni di guerra civile che hanno portato, nel 2005,  al raggiungimento di un accordo,avente ad oggetto proprio la consultazione popolare, tra il Nord a prevalenza musulmana e il Sud a prevalenza cristiana-animista.

Il Sud Sudan è un Paese estremamente complesso. Basta forse un dato a farci rendere conto della portata delle diversità: al fianco delle due lingue ufficiali, l’Inglese e l’Arabo Juba, la popolazione, di circa 12 milioni di persone, parla un ventaglio di oltre 400 dialetti appartenenti a cinque differenti famiglie linguistiche. Se chiedete un’esperienza consigliata a qualsiasi persona che abbia avuto modo di visitare questi territori, otterrete (quasi) sempre la stessa risposta: vivere il Sud Sudan significa viverne la popolazione. Ho avuto modo di leggere il diario di un amico, Gianluca, che nel Marzo del 2012 ha visitato questo Paese accompagnando una missione umanitaria organizzata da UNICEF Italia. Vi riporto qui alcune frasi emblematiche che mi ha permesso di utilizzare per non lasciare alla sola immaginazione il profumo dell’aria di un Paese appena nato grazie anche alle mani del popolo: “Tutto è in costruzione. L’ondata di orgoglio patriottico si sente molto chiaramente, dai cartelloni pubblicitari che annunciano un proprio prefisso telefonico (!) fino ai sorrisi delle persone che parlano con fierezza della propria nazione: il Sud Sudan. La capitale, Juba, è uno slum a cielo aperto. Gli edifici sono in costruzione, così come le strade. I bambini giocano tra i rifiuti bruciati o spaccano pietre con le madri, per rivendersele e avere così qualche soldo da parte. Quello che mi ha colpito è che sono tutti sorridenti. Tutti camminano con la calma di chi sa che può fare qualcosa: la differenza.”.
Non si può comunque tacere il fatto che questi cambiamenti repentini, come quello avvenuto in seguito al referendum del Luglio 2011, portino spesso a conseguenze dai risvolti drammatici: “Qui è emergenza per qualsiasi aspetto della vita”, leggo ancora nel diario di Gianluca, “è emergenza per il cibo, per l’acqua, per l’igiene”. Un cambiamento dai mille risvolti, dunque, e dalle tragiche continuità.

Veniamo all’ultima tappa che non è proprio una meta tout court. Questa volta abbracciamo una zona molto ampia: quella dei territori post-coloniali del così detto MENA (Middle East and North Africa). Quei territori dove si è tentato di imporre la democrazia dall’esterno sulla scia di una visione “terza” e di un (inevitabile?) intervento militare. È il caso, per citarne alcuni, dell’Iraq di Saddham Hussein; delle tribù in rivolta della Somalia; dell’Afghanistan dei talebani e della Libia di Gheddafi. Tutti casi, senza volerne qui citare in senso critico o ideologico i fautori, dove la democrazia è stata trasposta secondo una visione eterogenea rispetto al tessuto sociale locale, impedendo la maturazione dell’ingrediente principale che porta al radicamento di questa particolare forma di governo: il tempo. Questo ha quindi portato al perdurare di sanguinosi conflitti, con conseguenti gravissime crisi umanitarie, nell’attesa che il popolo si organizzasse per scegliere i propri leader o che, peggio, una minoranza organizzata prevalesse su delle maggioranze totalmente impreparate a un cambiamento certo desiderato ma, forse, troppo affrettato.

È il momento, dunque, di tornare “a casa” e affrontare il momento della Nostra scelta. Perché come abbiamo potuto vedere, i risvolti che può avere un voto sono infiniti.

C’è chi lo ha atteso per anni e chi, come nel MENA, ancora lo attende. C’è chi con quel voto ha cambiato Nazione trovando la sua. C’è chi, infine, con un voto ci ha insegnato semplicemente l’importanza di esprimerci.
Insomma, viaggiando si possono imparare mille ragioni in più per votare responsabilmente.

Gabriele Zagni

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One thought on “Democrazia, portami via

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