Action/Literature/Sound/Travel

E poi, tutta quell’umidità

A farmi compagnia mentre scrivo, una pioggia torrenziale e Irish Tour ’74.
Mi rigiro il doppio disco tra le mani e prima di decidermi ad ascoltarlo ne osservo la copertina consunta. Rory Gallagher è figlio della classe operaia irlandese e in comune con molti suoi conterranei non ha soltanto il cognome, ma anche il sogno di diventare musicista, quasi fosse l’emblema del tipico ragazzo di provincia che si rispetti. È facile immaginarlo mentre passa i pomeriggi adolescenziali ad ascoltare alla radio i pezzi di Jimmy Reed e di Chuck Berry, sognandone i vinili che non può permettersi. Meno facile, invece, è immaginare che proprio quel “ragazzo di provincia” sarebbe stato paragonato (qualche anno più tardi) ad artisti d’eccezione nel panorama musicale internazionale; ed ancor più arduo è credere che egli stesso avrebbe rifiutato la proposta di unirsi ad una delle rock band più famose di tutti i tempi. Eppure ogni pregiudizio svanisce quando l’hard blues di Cradle Rock invade la mia stanza, portando con sé un po’ di Irlanda. Quella che traspare dalle canzoni di Gallagher, in realtà, è quell’Irlanda figlia della Guerra d’Indipendenza, che aveva fatto di Cork una delle sue roccaforti ribelli ed è per quella stessa Irlanda che Bobby Sands perse la vita nel 1981.

Attivista e politico nordirlandese, Bobby entrò ben presto a far parte dell’IRA (Irish Republican Army) con il sogno di liberare l’Irlanda del Nord dalla presenza britannica. Quella che Steve McQueen ci offre di Bobby nel celebre film Hunger è un’immagine estremamente viva, concreta, che non lascia spazi all’introspezione del protagonista, ma che fa del suo corpo la chiave di volta. Ed è proprio quando lo spettatore si è rassegnato ad assistere ad un’insaziabile regia cruenta, ecco che il dialogo rompe i lunghi silenzi della prima parte della sceneggiatura, il linguaggio umano torna a farsi largo nella pellicola, lasciando che i protagonisti possano duellare a suon di parole. Lo stile impietoso di McQueen ricorre per l’intera durata del film, caposaldo di un regista che lascia allo spettatore l’ingrato compito di decidere se a morire sia stato un temibile terrorista o un patriota che amava troppo la sua Nazione.

Che l’Irlanda sia un Paese difficile e colmo di contraddizioni, del resto, si evince sin dalle prime pagine de Le Ceneri di Angela, romanzo autobiografico che ha reso famoso Frank McCourt. Ed è con la maestria propria di uno scrittore fuori dal comune che McCourt prende per mano il lettore e lo porta in viaggio per l’Irlanda della sua infanzia, vista proprio attraverso gli occhi di sé bambino. Ne Le Ceneri di Angela l’analisi psicologica dei personaggi risulta leggera proprio perchè resa in chiave infantile, nulla a che vedere con il celeberrimo “stream of consciousness” del conterraneo Joyce. Eppure, proprio per questo motivo, non si ha la sensazione di leggere un semplice romanzo d’immaginazione, ma una storia reale fondata su ricordi tangibili, che trovano radici nella malinconia dei temporali irlandesi e nello scherno dei compagni di scuola.

E se sulle note di Gallagher si può assaporare la ruvida materialità dell’esistenza, ritrovata e letta attraverso le parole di McCourt e percepita nella pellicola di McQueen, non si può dimenticare l’altra faccia dell’Irlanda, terra per eccellenza di miti celtici e leggende. Questo numero di SALT vuole essere un modesto tributo a Saint Patrick, patrono d’Irlanda, che viene celebrato ogni anno il 17 marzo con orgoglioso richiamo al colore verde (simbolo dell’isola) e al celebre trifoglio. Tuttavia, con il rischio di deludere coloro che immaginano pub irlandesi invasi da giovani lentigginosi dai capelli rossi vestiti da elfi o da Leprechaun, non ci addentreremo nelle consuete sfilate del Paddy’s Day. Nella sezione Travel di questo numero, al contrario, andremo a sfogliare la letteratura fiabesca irlandese, alla ricerca del confine tra realtà e leggenda. Vi sorprenderà scoprire cos’abbiano in comune una strada per Giganti e quello che è, ad oggi, uno dei fenomeni geologici più famosi appartenenti all’UNESCO.

Dai vicoli bui di Limerick fino alle animate serate a Temple Bar, da “un brindisi agli gnomi e alle fate” come cantavano i Modena City Ramblers alle malinconiche scogliere a picco sul mare, l’Irlanda è un tripudio di contrasti, difficile da condensare in poche righe. Quello che ci proponiamo in questo numero di SALT Editions è di raccontarvi questo Paese da angolature diverse, che non sono necessariamente migliori di altre, e di condividere con voi quello che ci ha regalato una terra tanto patriottica quanto sofferta, come il talento di McCourt, il suono della Fender di Gallagher e l’eroismo di Bobby.

“E poi” – come dice McCourt – tutta quell’umidità”.

Francesca Bianchi

Ecco gli articoli di questo numero:
SOUND
ACTION
LITERATURE
TRAVEL

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...