Sound

Irish tour ’74

Il suo è un cognome comune, da quelle parti, e se non vi dice molto – o addirittura nulla – tutto regolare: William Rory Gallagher (no, non è imparentato con i più celebri Liam e Noel) rappresentava l’emblema dell’uomo comune. Classe 1948, nato in una piccola cittadina dell’Ulster ai confini tra l’Irlanda repubblicana e quella del Nord, cresce dall’altro capo dell’isola, a Cork, una delle roccaforti storiche dell’ala ribelle dell’IRA durante la Guerra d’Indipendenza. È qui che Rory riceve in regalo la prima chitarra dai genitori, operai, che decidono di assecondarlo artisticamente, ed è sempre qui che inizierà voracemente a costruire la propria cultura musicale, radicata nel blues (su tutti, Muddy Waters) e nel rock, passando per l’R’n’B e lo skiffle, grazie ad innumerevoli nottate insonni con l’orecchio teso verso la radio – non poteva permettersi il lusso del vinile – e alla sperimentazione con molti altri strumenti, compresa l’agognata Stratocaster su cui investe e che lo accompagnerà per tutto il resto della carriera. Dopo le prime esperienze dall’eco minore con una piccola band R’n’B, nel 1966 fonda con altri due musicisti di Cork i Taste, che gli regaleranno il primo vero e proprio assaggio di fama consentendogli di aprire alla Royal Abert Hall l’ultimo concerto dei Cream e di suonare al celebre Festival dell’Isola di Wight del 1970. La parentesi con i Taste si rivela però breve e transitoria e rappresenta un ponte per l’approdo alla scelta solista, la sola capace di dare effettivo risalto al talento di Gallagher. Nel 1971, con due album a suo nome all’attivo, il Melody Maker – un’istituzione nel panorama editoriale musicale britannico – lo dichiara miglior chitarrista dell’anno, anteponendolo addirittura a Clapton. Quel decennio è prolifico tanto artisticamente quanto a livello di tournée, la vera e propria punta di diamante di un artista che, come molti altri grandi di quel campo, dà il proprio meglio in qualità di performer più che in sala registrazione. La prova di tutto ciò risulta evidente in Irish Tour ’74, un disco live che in ogni sua sfaccettatura porta un po’ di Irlanda, a partire dal nome: l’album contiene infatti le registrazioni di tre concerti tenuti a Dublino, Cork e Belfast in quello stesso anno. Proprio in uno dei periodi più difficili per l’Irlanda, il chitarrista decide di suonare nella capitale del Nord sfidando il clima di tensione civile che permea la regione, nella quale molti suoi contemporanei rifiutano di fare tappa. Nonostante le condizioni avverse e forse, anzi, proprio per esse, Rory fa un punto di forza della propria scelta di inserire in ogni suo tour almeno qualche tappa irlandese; e proprio qui, magari chissà, anche per il coraggio dimostrato, viene premiato con una delle esibizioni più memorabili della sua carriera.

Le tracce sono solo dieci eppure il disco è doppio, ma non è difficile intuirne il motivo: non ce n’è una sotto i 5′. Nessuna è asetticamente eseguita nel mero tentativo di riprodurne la versione originale ed ognuna di esse è sorretta dall’architrave musicale prodotta dalla Strato di Rory. Il sound fluisce per tutta la durata di ascolto in un tutt’uno armonico non soltanto nell’equilibrio tra assoli e cantato, ma anche tra chitarra, sì protagonista, ma mai prevaricatrice, e basso (McAvoy), tastiere (Martin) e batteria (De’Ath). Questi gli unici strumenti che costituiscono l’arsenale che Gallagher ritiene necessario in un live; la mancanza di orpelli o edulcoranti, evidente anche nella scelta di Rory di rinunciare a molti strumenti in favore di effetti ottenuti artigianalmente (celebre il suo slide), permette all’energia che scaturisce grezza dal suo talento di essere espressa nella maniera più diretta possibile. La forza di quest’approccio traspare sin dal pezzo d’apertura, Cradle Rock, un hard blues che richiama alla mente certe sperimentazioni dei Deep Purple (gruppo nel quale a Rory viene offerto di partecipare, in sostituzione di Ritchie Blackmore, ma egli stesso rifiuta preferendo la carriera personale) per l’accoppiata di riff potenti e tastiere incalzanti. Segue I Wonder Who (Morganfield), la prima delle tre tracce altrui, un blues dal sapore più classico del precedente ma non per questo scontato, la cui esecuzione rende impossibile non battere un piede a tempo.  Con Tatoo’d Lady Gallagher sfodera l’artiglieria pesante, esibendosi in un’ottima versione di uno dei suoi pezzi più famosi, alternando delicatezza ed impeto, grazie anche alla sua voce troppo spesso sottovalutata sotto il peso del suo – qui palpabile – talento alla chitarra. In pezzi come Too Much Alcohol di Hutto (tristemente appropriata per R.G. che morirà a soli 47 anni per complicazioni al fegato derivanti da alcolismo) è straordinariamente trasferita su supporto audio la caldissima partecipazione del pubblico, il vero elemento alchemico che permette a questo musicista e in particolare a quest’album di raggiungere un livello superiore. As The Crow Flies (White) è l’unica acustica di tutto l’album, ma fornisce un esempio immediato di cosa può Gallagher confrontato unicamente con la propria chitarra; tuttavia, è con A Million Miles Away che tocca vette inaspettate, colpendo dritto nello stomaco con un pezzo struggente ma al tempo stesso disilluso la cui intro strumentale non stonerebbe tra altre degli Yes né il resto della traccia in un album degli Zeppelin, degli Yardbirds o dei già citati Deep Purple: Rory Gallagher riesce a trasportare il suo pubblico per  9’29” in un luogo in cui tutto il resto, semplicemente, non esiste. Il ritmo riprende poi pressante con Walk On Hot Coals, che riporta a tonalità più dure e regala svariati minuti di virtuosismo strumentale, come avviene anche, pur con sound diverso, in Who’s That Coming in cui la tastiera si fa sentire più prominente. Segue un altro blues concitato (Back On My Stompin’ Ground) e chiude Maritime, preceduta nella versione rimasterizzata CD del 1998 da Just A Little Bit.

Irish Tour ’74 non è soltanto un album di un irlandese registrato in Irlanda; è l’album di un uomo di provincia, figlio della classe operaia, non bello, né particolarmente affascinante o erudito. Un uomo semplice, a tratti grezzo, dall’impeto forte ma gioviale, un uomo che incarna i vizi e le virtù di tanti suoi connazionali e che si sarebbe potuto trovare dall’altra parte palco, se “solo” non avesse avuto il talento di maneggiare la Fender come un’appendice naturale delle proprie mani. Ci si chiede spesso perché Rory Gallagher non abbia raggiunto il livello di fama di musicisti come Clapton o Page, ai quali è stato molte volte paragonato senza mai sfigurare: forse ha avuto solo l’ingenuo istinto di non tradire la propria ruvidità.

Chiara Marchisotti

 

titolo | Irish Tour ‘74
anno | 1974
artista | Rory Gallagher
genere | blues-rock
durata | 01:09:27
etichetta | Capo

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One thought on “Irish tour ’74

  1. Pingback: E poi, tutta quell’umidità |

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