Sound

Where are we now?

Che cos’è la nostalgia? Il termine deriva dall’unione di due antichi sostantivi greci, nostos, ritorno, ed algos, dolore. Un significante all’apparenza così esile e modesto racchiude un significato immensamente denso: nostalgia è “il dolore del ritorno”. Nostalgia è una parola che batte prima sul palato, poi sui denti, poi nel cuore – o nella testa, a seconda di che tipi siete.

Il ritorno di David Bowie, al secolo David Robert Jones, a distanza di dieci anni esatti dall’uscita del suo ultimo disco (Reality) è stato tutt’altro che doloroso per i suoi fan e per gli appassionati di musica in genere. Riuscendo incredibilmente a mantenere segrete le sessioni di registrazione (portate avanti assieme ad un team consolidato, capitanato dal produttore Tony Visconti con cui Bowie collabora sin dai tempi di Space Oddity) durate per più di due anni, Bowie stupisce il pubblico – ancora una volta, com’è solito fare – il giorno del suo 66° compleanno, l’8 gennaio, annunciando di aver pronto un nuovo album e pubblicandone un pezzo inedito su iTunes.

Si tratta di Where Are We Now?, primo singolo estratto da The Next Day, una scelta interessante se si considera che si tratta di una ballata a pieno titolo, ben lontana dal canonico pezzo di lancio pubblicitario adatto ai ritmi frenetici dei circuiti commerciali. La traccia in questione infatti, quinta nella tracklist, è un pezzo dal mood intimista e riflessivo. Reminiscente, evanescente, malinconica, è zeppa di riferimenti alla città che Bowie adottò – o che adottò Bowie – qualche decennio fa, Berlino, di cui offre uno spaccato a metà tra passato e presente, in contrapposizione al tempo trascorso che risulta aver inevitabilmente quanto radicalmente cambiato entrambi. La domanda che fa da titolo al pezzo costituisce un leitmotiv ricorrente nel disco, attraverso il quale l’autore (si) domanda dove siamo ora? Lo scenario viene ricostruito nel disco attraverso la descrizione di personaggi o situazioni tipo, osservate e raccontate con il misterioso sguardo acuto di un artista che come pochi altri ha saputo cogliere ed accogliere il cambiamento della società.

The Next Day, la traccia che apre e dà il titolo all’album, sembra scuotere l’ascoltatore tanto per il ritmo incalzante quanto per l’asprezza del testo, ispirato ad un’ipotetica e feroce società tirannica; Dirty Boys racconta la vita di strada di chi non ha scelta attraverso l’accoppiata della voce profonda ad un interessante sax in sottofondo. È la terza traccia, The Stars (Are Out Tonight) a dimostrare che il Duca Bianco non ha perso smalto ed è ancora capace di stupire, di trasformare quella che avrebbe potuto essere un’altra – ancora – canzone sullo spazio in un pezzo orecchiabile ma permeante, in grado di rassicurare che, nonostante tutto, le stelle sono in cielo anche stanotte. Love Is Lost offre un cupo ritratto d’adolescenza travagliata incorniciato da tetre tastiere, mentre Valentine’s Day racconta la storia di una strage in un liceo scaturita dall’emarginazione sociale, attraverso voci e riff che suonano come una laconica e sofferta richiesta d’aiuto troppo tardiva. Boss Of Me è un brano più sporco e funky, in cui ancora una volta si fanno sentire fiati e percussioni dalle sonorità profonde, come accade nella prima traccia, e che per questo richiama a tratti Love This Giant, l’ultima eclettica collaborazione di St. Vincent e David Byrne – unito a Bowie, oltre che dal nome di battesimo, dalla collaborazione con il produttore Brian Eno e dalla passione per la sperimentazione. Dancing Out In Space riprende nuovamente il tema dello spazio, stavolta ammiccando ad un beat tra la psichedelia e il motown, entrambe parti della formazione di Bowie. Tanto I’d Rather Be High quanto How Does The Grass Grow? riportano l’attenzione su questione drammatiche, offrendo una virata politica e pacifista esemplificata dalle vite di giovani soldati durante la guerra, alla quale in particolare è ispirato il titolo della seconda traccia in questione (si tratterebbe di un verso di una canzone utilizzata durante gli addestramenti militari), trattando temi delicati come la ferocia che porta un essere umano ad uccidere un suo simile e la devastazione psichica che il ritorno dal conflitto armato comporta. Raggiunge un picco drammatico il ritornello lamentoso di chi preferirebbe essere sballato, non voler sapere, di chi cerca di cancellare questi pensieri dalla mente. You Will Set The World On Fire mostra invece quanto il sessantaseienne sia ancora in grado di produrre del rock interessante e dei giri di chitarra che fanno battere il tempo.

Nel complesso, The Next Day non è un album rivoluzionario ma nemmeno uno di cui si possa dire che non si sarebbe sentita la necessità; costituisce un ritorno più che piacevole e assolutamente degno di un nome e di una voce di cui, sentendole rimbalzare sulle bocche dei cultori e dalle casse dello stereo, ci si rende conto di aver sentito la mancanza. È un album che non toglie nulla, ma aggiunge qualcosa alla carriera di un big della musica moderna che dimostra di aver ancora una volta qualcosa da dire. È un album che pone delle domande, che non offre risposte, ma storie fermamente incastonate in una – o meglio, più – realtà spaziotemporali differenti. È un album intriso di mistero e nostalgia (emblematico l’esperimento d’immagine della copertina, che ripropone in chiave ironica quella celeberrima di Heroes), di racconti e spunti attraverso i quali cercare di capire dove siamo adesso, interpretare il presente, tentare di trovare una bussola per il futuro. Perché a volte serve andarsene per tornare, come serve guardare indietro per vedere chiaro avanti a sé.

Postilla: Il 20 aprile dovrebbe uscire un 45 giri di The Stars (Are Out Tonight) con Where Are We Now? in vinile 7”, un’edizione limitata in vista del Record Store Day 2013.

Chiara Marchisotti
 

titolo | The Next Day
anno | 2013
artista | David Bowie
genere | Pop/Rock
durata | 53:03’
etichetta | Columbia

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One thought on “Where are we now?

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