Sound

Ai confini della realtà

Nel 1967, in California, di confini se ne oltrepassarono molti e diversi nell’ondata della controcultura; ma un gruppo in particolare non si limitò a cavalcarla, facendosene invece portavoce fin dai suoi albori. È nel gennaio di quell’anno che viene organizzato a San Francisco l’evento che avrebbe permesso al movimento hippie di farsi conoscere al di là dell’ambiente in cui esso era nato e cresciuto, in seno a persone che per la prima volta mettevano fortemente in discussione la società del benessere prodotta dal boom economico; e per la prima volta, allora, quella comunità varcava il confine che separava l’Height-Ashbury – quartiere dove si era insediato il movimento – dal resto della comunità.

Human Be-In fu una manifestazione artistica a tutto tondo che vide la partecipazione di musicisti, attori, poeti (tra cui gli “ex-beatniks” Ginsberg e Ferlinghetti) con l’ambizione di diffondere concetti come la necessità di costruire una coscienza civica, politica, ecologica, del buon vivere comune, del decentramento e della ricerca di una maggiore consapevolezza di sé; una manifestazione che gettò i semi per la Summer of love di pochi mesi più tardi, e più in generale per quello che sarebbe stato un movimento epocale nella storia della musica e della cultura occidentale.

Insieme ai Grateful Dead, i Jefferson Airplane costituirono la principale attrazione musicale del raduno. Già noti al pubblico locale, dal momento che si erano formati proprio a San Francisco, nascevano inserendosi nella scena folk-blues sbocciata a metà anni ’60 negli USA in risposta alla British invasion; capitanati dal fondatore Marty Balin (voce e chitarra), avevano all’attivo un solo LP (Jefferson Airplane Takes Off) e un recente cambio di voce femminile, in occasione del quale Grace Slick si unì al gruppo sul finire del ’66. Il 1967 sarebbe stato il loro anno.

Dopo il primo assaggio di fama all’Human Be-In, pubblicano in aprile quello che sarebbe stato il loro album di più grande successo, Surrealistic Pillow, che li avrebbe consacrati all’affermazione grazie anche poi alla celebre performance che ne fecero a Monterey nel giugno dello stesso anno.

Undici tracce e un’idea di fondo, quella di riscoprire una dimensione più semplice ma al tempo stesso più profonda; non ci sono canzonette d’amore, qui, o perlomeno non nel senso comune del termine. La musica e le parole sono solo uno strumento utile a guadare il fondo dell’animo di chi ascolta, un monito nei confronti di tutto ciò che potrebbe e può costituire un limite per la mente ed un inno alle sue potenzialità; così esordisce Balin cantando nella prima traccia She Has Funny Cars:

“Puoi fare ciò che preferisci, il mondo aspetta di essere catturato; puoi raccogliere tutta l’indifferenza, oppure tutto il rispetto per te stesso […] la tua mente è garantita, è l’unica cosa di cui avrai mai bisogno”

La mente, infatti, è il vero filo conduttore dell’LP, che, come si può intuire dal titolo, indaga sul surrealismo lasciando da parte qualsiasi speculazione filosofica e concentrandosi sulla sua funzione di metodo di conoscenza del mondo e di sé, come strumento di indagine su ciò che costituisce la vera essenza di tutto quello che ci circonda, spesso annebbiata dalla realtà apparente. Oggetto di questa ricerca che valica i confini del reale in favore del surreale è quella componente istintiva e difficilmente incasellabile nell’ordinarietà delle cose che caratterizza l’uomo come essere pensante.

Quello di Surrealistic Pillow è un percorso, splendidamente racchiuso nella strumentale Embryonic Journey, facilitato tanto dalla meditazione quanto dall’assunzione di droghe che inducono uno stato di disinibizione attraverso il quale sarebbe possibilevedere oltre la superficie, finalmente spoglia di quel “velo di Maya” ed inconoscibile attraverso la strada della razionalità pura.

Ascoltando questo disco se ne trae una sensazione autenticamente positiva, tanto nel cullarci sereno diToday, dove la voce suadente di Balin risulta al suo massimo in una canzone d’amore che sembra diretta all’umanità, quanto nella sferzata passionale diSomebody To Love, composta e drammaticamente eseguita dalla Slick. La ribellione nei confronti di un mondo sordo e miope esplode in 3,5 Of A Mile in 10 Seconds, ma anche qui si tratta di un invito a reagire nella maniera più pacifica possibile, rinforzando la propria comunità di appartenenza più che denigrando quella che si rifiuta (“Basta con le persone che sprecano il mio tempo prezioso, portami in un posto puro, dove possa facilmente conoscere la mia faccia […] Basta con le persone che ridono dei miei capelli, basta con le persone che mi guardano male per le mie preziose preghiere, portami a una tenda circense dove possa pagare agevolmente l’affitto e dove vivono tutti gli altri strambi che condividono i miei pensieri”). Il pezzo più particolare è rappresentato però da White Rabbit, che richiamando apertamente il celebre romanzo di Lewis Carroll fa da baluardo di questa concezione surreale, incapsulata in un mondo nel quale nulla è come sembra ed è sempre necessario andare oltre alle apparenze, perlomeno se si è interessati a capirlo. Attraverso un’abile rivisitazione dell’opera letteraria, già ricca di simbolismi, i Jefferson Airplane riescono a sfornare un pezzo carico di allusivi richiami all’immaginazione dell’ascoltatore, al quale viene lasciata, su tutte, un’esortazione: “Ricorda di nutrire la tua mente”.

Chiara Marchisotti

 
titolo | Surrealistic Pillow
anno | 1967
artista | Jefferson Airplane
genere | Psychedelic rock
durata | 33:50’’
etichetta | RCA

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One thought on “Ai confini della realtà

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