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Se il silenzio e l’indifferenza sono crimini di guerra


 

Ci sono dei silenzi di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al rumore del presente. Altri silenzi, invece, non li possiamo tollerare. Sono i silenzi più vergognosi, più beceri, più ipocriti. Sono i silenzi della comunità internazionale, dei governi, delle organizzazioni. Sono i silenzi sulle stragi e sui crimini di guerra che non fanno notizia.

Sono a Perugia al Festival Internazionale del Giornalismo in un anomalo e afoso 25 Aprile. Mi trovo in una sala piena che commuove se si pensa che siamo qui proprio per provare a sollevare il velo dell’indifferenza verso la Siria e rompere un silenzio. Il nome del panel è, infatti, “Giornalisti nell’inferno di Assad”. Intervengono Andrea Iacomini (Portavoce dell’Unicef Italia, promotore di questa conferenza), Amedeo Ricucci (giornalista inviato RAI per “La Storia Siamo Noi”, recentemente fermato, poi liberato, in Siria), Mimosa Martini (giornalista inviata del TG5) e Emilio Fabio Torsello (Direttore di Diritto di Critica). L’obiettivo è, dunque, quello di riflettere sulla qualità dell’informazione italiana dedicata al conflitto siriano.

L’apertura è affidata a Emilio Fabio Torsello che modera il panel, anche se gli occhi non possono non soffermarsi su una sedia vuota al tavolo dei relatori. Nessun errore organizzativo, però: la sedia vuota è per Olivier Voisin, fotografo francese morto in Siria a Febbraio. La sedia è per lui che questo evento lo aspettava per rivedere gli amici a lui cari ed è a lui, quindi, che si è deciso di dedicare il dibattito.
Sì, perché la Siria, riprendendo le parole di Torsello, per i giornalisti è pericolosa anche se vi si combatte una guerra che in Italia esiste solo quando bisogna parlare di un’autobomba tra le tante esplose… Un po’ come per l’Iraq. Anzi, “è bastata la guerra in Mali – dice – per cancellare quel poco che sulla Siria si diceva”.

Prende poi la parola una Mimosa Martini emozionata e commossa. Mimosa è qui per parlare di Siria, sì, ma soprattutto per ricordare il suo carissimo amico Olivier Voisin. Racconta di aver ricevuto la sua ultima lettera e una foto poche ore prima che venisse ferito a morte.
“Olivier fotografava continuamente: era il suo modo di vivere e di raccontare”. Ed è così, dunque, che la sua fotografia è sopravvissuta. Nella macchina fotografica rintracciata e portata in salvo con grandissimo rischio, infatti, si possono vedere gli ultimi scatti che ha fatto, esponendosi al combattimento che gli si è rivelato mortale.
Ho i brividi. La trincea è un cunicolo di cuori ancora pulsanti ed armi. Di sguardi interrogativi. I miliziani sono ragazzini sotto un cielo blu indifferente. È questa la sua ultima foto.

L’intervento successivo è quello di Amedeo Ricucci che, nel parlare di Siria, esprime un grandissimo dispiacere. È il dispiacere di chi, durante il rapimento, è diventato protagonista delle cronache italiane sul conflitto siriano. Un protagonista che, invece, in Siria era andato per raccontare qualcosa che per colpa della qualità dell’informazione rischieremmo di non sapere mai. Del suo racconto, infatti, colpisce il suo rapporto con la notizia. Perché il vero problema è proprio il fatto che le notizie sono merci e la Siria, come tale, non vende.
Come se la morte e una guerra fossero paragonabili a un prodotto in vetrina…

A chiudere il panel, infine, sono le parole appassionate e vibranti di Andrea Iacomini. Dai discorsi di Andrea tracima una rabbia che non si contiene più: è la rabbia della difficoltà, come portavoce di Unicef, di riuscire a far parlare di Siria, di bambini, di vittime innocenti.
Dall’inizio del conflitto, infatti, sono morti 8000 bambini, mentre Za’atari, che altro non è che un campo profughi, è cresciuto talmente tanto da diventare la quinta città della Giordania, peraltro composta soprattutto da bambini.
Nel conflitto siriano molti minori hanno perso la vita colpiti dai cecchini o, addirittura, sotto tortura. “Vogliamo la nostra mamma, liberateci”, gridava uno di loro.

Quello che vuole fare Unicef ma, soprattutto, quello che dobbiamo fare tutti noi è, dunque, dare voce a questi bambini siriani. È rompere questo silenzio impegnandoci perché essi possano vivere la quotidianità, per quanto complicato, nel modo più sereno possibile. Altrimenti non ci sarà servito da lezione il Kosovo, dove dopo anni e anni ci siamo accorti dei 200 mila morti del conflitto. Perché se ci accorgeremo dei morti siriani con le stesse tempistiche, per le gare di solidarietà allora sarà troppo tardi.

Le notizie che leggiamo sono quelle che i media ci offrono perché sanno che noi le richiediamo.
Per cambiare la qualità dell’informazione e spezzare imbarazzanti silenzi, infatti, dobbiamo imparare a dare peso a ciò che conta davvero.
Fino a quel momento, però, il silenzio e l’indifferenza saranno gravi crimini di guerra.

Gabriele Zagni

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4 thoughts on “Se il silenzio e l’indifferenza sono crimini di guerra

  1. Questo il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che io in realt vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

  2. Pingback: Senza Parole |

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