Sound

Che rumore fa il silenzio?

A questa stramba domanda provano a rispondere Paul Simon e Art Garfunkel con Sounds of silence, secondo album del duo statunitense dopo una pausa che vede Simon lasciare il nuovo continente per il vecchio e girovagare per l’Inghilterra. Una permanenza, quella inglese, che tra una performance e l’altra si rivela per il cantautore prolifica di composizioni, buona parte delle quali confluisce nell’LP solista The Paul Simon songbook, destinato al mercato britannico. Parte di questo copioso repertorio finisce nella tracklist di Sounds of silence (destinato invece al pubblico americano) al fianco di due pezzi del disco d’esordio (Wednesday morning, 3 A.M., The sound of silence) in chiave rivisitata, e ad Anji, unica traccia strumentale ripresa dal chitarrista Davey Graham; ne risulta che soltanto tre pezzi, sugli undici che compongono la scaletta dell’album, sono inediti di Simon: Blessed, Richard Cory e We’ve got a groovy thing goin’.

The sound of silence è probabilmente – dopo Mrs. Robinson – la prima canzone a venire associata nell’immaginario comune a Simon&Garfunkel, oltre che uno tra i loro lasciti più preziosi. Questo pezzo di poco più di tre minuti dalla semplicità tagliente apre il lato A del disco, raccontando in un breve ma profondo percorso un’esperienza onirica rivelatrice. Grazie alla narrazione in prima persona, alle brevi ma efficaci pennellate descrittive e alla melodia drammatica ma sobria che le sostiene, non riesce difficile visualizzare il giovane protagonista affrontare la notte, fredda e umida, in una passeggiata solitaria nella quale percepisce improvvisamente, nel silenzio, il silenzio. Il silenzio prettamente sensoriale, caratteristico di un qualsiasi scenario notturno invernale in cui la realtà circostante sembra sopita, si affianca a quello interiore del pensatore errante che l’attraversa, immerso nella propria condizione di solitaria introspezione, fino a collidere poi con un altro tipo ancora di silenzio, che appare evidente in una sorta di rivelazione a colui che vede per la prima volta “decine di migliaia, o forse più” di persone che non fanno che “parlare senza comunicare, sentire senza ascoltare”, nessuna delle quali “osa rompere il suono del silenzio”. Se il primo è condizione naturale d’assenza di suoni e il secondo condizione umana d’assenza d’interlocutori, il silenzio che caratterizza questa visione è assordante e viene definito come un vero e proprio “cancro” pericolosamente pronto ad estendersi, di fronte al quale un profetico Simon mette in guardia le vittime-artefici che, tuttavia, preferiscono ignorarne gli ammonimenti lasciandoli cadere come “silenziose gocce di pioggia, che riecheggiano nei pozzi del silenzio” e continuando ad idolatrare un “dio al neon” in una versione moderna del biblico vitello d’oro.

Il tema del silenzio, in senso estensivo, viene affrontato da prospettive diverse in tutto l’album, che riesce così a creare un interessante affresco in cui luci ed ombre, rumori, voci, suoni e silenzi si susseguono armonicamente. Leaves that are green è uno splendido ritratto di giovane malinconia, d’amore non ricambiato, dello scorrere del tempo tra le mani, quando la consapevolezza di non essere giovani per sempre ci assale; eppure anche qui la condizione esistenziale viene messa in relazione da un lato con il rumore, quello delle foglie appassite che si sbriciolano tra le mani, e dall’altro con il silenzio (“Ho gettato un sasso in un ruscello/e ho guardato le increspature allontanarsi/e non hanno mai fatto rumore”); lo stesso accade in Kathy’s song, una meravigliosa dichiarazione d’amore in versione acustica. La delicatezza con la quale è sussurrata sembra suggerire l’intimità della stanza in cui quei pensieri prendono forma, quasi a poterli sentire declamare ad alta voce per la loro profondità, tra il ticchettio della pioggia e qualche distratto tocco alle corde di una chitarra (“E dunque, vedi, sono arrivato a dubitare/di tutto ciò che un tempo credevo autentico/resto solo, senza convinzioni/l’unica verità che conosco sei tu”). Completa idealmente questa triade acustica e trasognata April come she will, ispirata ad una filastrocca popolare legata al ciclo delle stagioni, resa qui in chiave romantica a monito della contingenza dei sentimenti, più che della natura, ma non per questo né gli uni né gli altri sminuiti nella loro effimera bellezza. Se qui si parla di silenzio come condizione intima, in Blessed, una consacrazione della figura dell’outsider, emerge invece quella connaturata ad una porzione di società, cara a Paul Simon, fatta di deboli ed emarginati, vittime di un silenzio in cui sono forzatamente relegate affinché il sistema possa proteggersi e reggersi, vivendo in quiete. Ben due sono le tracce che affrontano il complesso tema del suicidio; Richard Cory riprende una poesia di Edwin Arlington Robinson, facendone uno dei pezzi dal maggior mordente di tutto l’album. Richard Cory è un uomo importante, bello, ricco e di successo, ma il compito di raccontarne la storia è curiosamente lasciato ad un operaio che lavora in una sua fabbrica; dopo averne elencato le fortune, esprime con rabbia il disprezzo per “la propria vita e la propria povertà”, che maledice. “Con tutto ciò che ha, dev’essere per forza felice”, si dice l’operaio, ribadendo al termine di ogni strofa quanto desidererebbe poter essere lui – almeno fino a che non si trova a riflettere sull’inspiegabile notizia: “Richard Cory è tornato a casa ieri sera/e si è sparato un colpo in testa”. In A most peculiar man cambiano drasticamente la melodia – apparente calma, quasi a richiamare quella che verrà descritta, più avanti, da Gilmour e Waters come la “quieta disperazione inglese” – ed anche la prospettiva. Il protagonista è infatti una persona qualunque, resa tale dal reciproco rifiuto tra di essa e la società circostante eppure descritta con un’ironia magistrale come “l’uomo più particolare del mondo” dal narratore, questa volta esterno, per bocca di quelle stesse persone che hanno contribuito alla sua emarginazione e alla costruzione di una cortina d’indifferenza che si rivela letale. A chiudere questo lato B è invece un pezzo che ritrae una condizione d’isolamento apparentemente simile alle precedenti, ma che se ne discosta per una differenza sostanziale. La solitudine ed il silenzio di cui tratta I am a rock sono frutto di una scelta perfettamente intenzionale, orgogliosamente difesa in un romantico broncio post-adolescenziale. Colui che fa di sé “una roccia, un’isola” sente ancora la rabbia della delusione pulsare nelle vene; ed è per questo, per il solo fatto di sentirla che capisce d’esser ancora aggrappato alla vita, quasi a farci capire che – se non portato agli estremi – un silenzioso isolamento può essere circostanza positiva, capace di garantire una tregua dal mondo ed offrire l’unico vero strumento per misurarsi con se stessi. Basta avere dei buoni compagni (“ho i miei libri/e la mia poesia a proteggermi”).

Sounds of silence è un disco malinconico, ma non cupo, in cui la poesia di Paul Simon trova completamento nella purezza della voce di Art Garfunkel, riuscendo, attraverso l’accostamento di tanti ritratti apparentemente estemporanei a comporre un catalogo di suoni del silenzio di cui la prima traccia (come il titolo al singolare suggerisce) è soltanto un esempio, seppur il più pregnante. È un disco tragico che, raccontando la morte, la solitudine, l’emarginazione e le delusioni inneggia alla vita, mostrandone il lato più drammaticamente prezioso. Perché, se tutto ciò che resta sono i “ciao” e gli “addio” (Leaves that are green), la conclusione è tutt’altro che pessimistica: bisogna godersi ogni attimo di ciò che vi sta in mezzo, per imparare ad ascoltare e a distinguere i silenzi buoni da quelli cattivi.

Chiara Marchisotti

 

titolo | Sounds of silence
anno | 1966
artista | Simon & Garfunkel
genere | Folk-Rock
durata | 29:09′
etichetta | Columbia

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