Travel

Viaggio all’isola che non c’è (con lo smartphone)


 

“Difficile parlare di dèi, quando ti prende la tristezza per un’avventura che sta finendo. Come loro, aspettiamo un nuovo inizio.” #Leucò/27

Esiste un luogo, nascosto da qualche parte, dove ognuno di noi trova riparo e rifugio, durante le tempeste della vita. Ogni persona lo descrive e immagina in maniera differente, lo ritiene diverso da quello altrui, ma alla fine è sempre lo stesso luogo, solo variamente declinato. Sappiamo che, in ogni momento, qualunque cosa accada, potremo sempre salpare per quel luogo, per quell’attimo, e questo ci rincuora. Già gli antichi lo sapevano, Omero creò l’isola di Ogigia e la dea Calipso per questo, per creare un regno d’oblio allo sventurato Ulisse. Così come lo sapeva bene Cesare Pavese, che del mito si fece cantore (giacché portatori lo siamo tutti) e lo usò per esprimere la sua vita ne I dialoghi con Leucò.

Non intendiamo parlare di un libro, però, ma di un luogo. Anche se un libro, qualunque libro, può diventare quel luogo e spesso lo diventa. Leggere (e scrivere!) come fuga, come riparo e come espressione. Non è detto, poi, che quel luogo debba essere necessariamente popolato solo da noi  stessi e dai nostri fantasmi, poiché spesso abbiamo bisogno di condividere e di condividerci per conoscerci appieno.

Forse non avevano in mente queste riflessioni e neppure credevano che sarebbero arrivati dove sono, quando, oltre un anno fa, Pierluigi Vaccaneo e Hassan Bogdas Pautas decisero di intraprendere un folle volo: riscrivere su Twitter alcuni dei capolavori di Cesare Pavese. Si iniziò con La Luna e i Falò, per poi continuare, nel 2013, con i Dialoghi con Leucò. Il progetto si concretizza nella riscrittura in 140 caratteri di ogni capitolo di queste opere formate da singoli e monolitici episodi: 140 esigui caratteri per esprimere tutto, per citare, commentare, chiosare, fare riflessioni e farsi burle. Folle. Quasi come il volo di Ulisse. Eppure la comunità ha risposto.

Col progetto #Leucò sono stati prodotti circa 24.000 tweet originali (40.000 con i retweet), coinvolgendo circa 270 riscrittori e 800 utilizzatori dell’hashtag, per un progetto titanico, così come Titani erano gli ospiti e padroni di casa dei singoli capitoli. I numeri, però, lasciano il tempo che trovano. La sensazionalità del progetto si evince dalla comunità che si è venuta a creare. Persone diverse fra loro, accomunate da un testo che si traduce in una passione, che sono diventate una banda affiatata. Un social network, figlio di una generazione coprofaga, abituata a commentare ogni schifezza con ogni schifezza, ha creato una comunità intorno ad un libro antico, per tematiche, ancor più che per pubblicazione. Il mondo digitale, spesso straniante, si è fatto varco verso quel luogo non fisico in cui rifugiarsi. Da titano, io stesso (Alessandro, ndr) mi sono lasciato sballottare dai flutti di tweet che arrivavano continui, dai marosi di citazioni, rimandi, foto e canzoni, fino ad approdare da naufrago, su un’isola piena di gente come me, senza volto ma intimamente simili. Non a caso, infatti, tale progetto ha preso vita su un social network così diverso da Facebook, dove si può nascondere la propria identità reale dietro ad un nickname e crearsi una vita parallela in una comunità che, almeno a tratti, si rivela più stimolante del reale. Oppure si può essere semplicemente se stessi, sentendosi parte di una comunità affine sempre più numerosa.

Domenica al Salone del Libro di Torino ci siamo incontrati, finalmente in carne e ossa. La sensazione di abbinare un volto ad un avatar è molto strano: salutarsi come conoscenti, senza essersi in realtà mai visti prima. Al Salone abbiamo partecipato ad un incontro per riassumere la nostra esperienza e progettarne di nuove. Ed abbiamo chiuso il cerchio: la riscrittura online di un libro cartaceo ci è stata restituita sotto forma di rotolini, quasi di pergamene, che raccolgono tutti i nostri tweet, prodotti da U10.

C’è chi dice che la “twitteratura”, come viene chiamata, non esiste, al pari dei circoli digitali che si fanno affinità elettive dei bar di quartiere, eppure esiste senza dubbio la grande opportunità di condividere con centinaia di utenti la divulgazione di grandi capolavori letterari. Se il veicolo di trasmissione vi risulta anomalo, non preoccupatevi: tempo al tempo. Siamo sopravvissuti tutti al passaggio dai 45 giri ai file mp3, dalle videocassette da riavvolgere manualmente allo streaming TV, eppure i grandi contenuti non sono andati persi: Simon&Garfunkel cantano ancora nei nostri auricolari, guardarsi C’era una volta in America in alta definizione non è così male e, in fondo, rileggere su Twitter le parole di Pavese non può che essere un valore aggiunto alle nostre giornate frenetiche, immediate e sintetiche: proprio come un tweet.

La twitteratura è solo all’inizio del suo viaggio e noi ci siamo già arruolati fra le sue fila, più corsari che marinai. E se vi dicessimo che il prossimo progetto riguarderà i celeberrimi #ScrittiCorsari di Pier Paolo Pasolini? Sareste pronti a salpare con noi?

A quattro mani: Francesca Bianchi & Alessandro Pigoni

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3 thoughts on “Viaggio all’isola che non c’è (con lo smartphone)

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