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Se noi fossimo i nostri corpi

Ci appartiene, ci trattiene, ci contiene; ci esprime, ci limita, ci libera. Il corpo è da sempre oggetto di un’intensa riflessione filosofica e di una serie di regole più o meno codificate a seconda dei tempi e dei luoghi. Un doppio binario, l’uno il frutto di profonde riflessioni scaturite da interrogativi atavici – qual è la natura dell’Essere? Quest’ultimo trascende la realtà corporea per rientrare in quella metafisica? Quale l’essenza e la funzione del corpo? – e  l’altro di un approccio quotidiano, obbligato a confrontarsi con gli uomini e le donne che lo popolano e più prosaicamente inteso a plasmare l’uso e l’abuso dei nostri sensoriali involucri. Un parallelo solo apparente, se si pensa che in realtà i due binari sono strettamente interconnessi, seppur su piani diversi, dato che qualsiasi concezione filosofica impatta inevitabilmente la morale quotidiana del contesto in cui si sviluppa.

In un’epoca in cui la forma non soltanto prevale sulla sostanza, ma la determina, in cui i canali di comunicazione vanno aumentando a dismisura e con essi il loro uso improprio e le finestre d’esposizione, cosa significa fare i conti con il proprio corpo? Il tema è ricorrente nella produzione artistica di Alanis Morissette, colei che è stata definita queen of alt-rock angst negli anni ’90. Dopo un’infanzia trascorsa in Canada in una rigida famiglia cattolica, fa le sue prime comparse nel mondo dello spettacolo ancora adolescente e pubblica, giovanissima, due album pop-commerciali che le assicurano una certa notorietà. Questa, assieme al travagliato rapporto con gli esigenti genitori e al precoce allontanamento da casa, la porta a confrontarsi con il mondo adulto, spietato e pressante come può esserlo a Los Angeles. La rabbia e la frustrazione verso le pressioni subite – artistiche, commerciali,ma soprattutto estetiche e sessuali – vengono riversate in quello che può ben essere considerato il suo vero debutto, Jagged Little Pill (1995), in cui i riferimenti al rapporto conflittuale con il proprio corpo costituiscono un propellente forse ancora inconscio più che materiale artistico vero e proprio. Mary Jane, affrontando un tema difficile come la depressione, accenna alla sofferenza e al senso d’inadeguatezza di chi perde peso (“Ti sei mai chiesta per chi lo stai facendo?”), mentre Right Through You racchiude un’accusa al maschilismo – imperversante nell’industria discografica – di chi non riesce a guardare oltre ad un bel fondoschiena. La pressione dell’affetto condizionato alla propria impeccabilità è raccontata in Perfect. Forgiven, un profondo atto di denuncia nei confronti dei moralismi dell’ambiente cattolico – ma non solo – solleva in maniera provocatoria la questione dell’indottrinamento religioso e, tra i tanti, il tabù della sessualità femminile (“I miei fratelli non sono mai diventati ciechi per ciò che hanno fatto/ma io potrei anche esserlo diventata”). L’album si rivela un successo internazionale tanto di critica quanto di vendite e questo non fa che alzare l’asticella per Alanis, che decide di partire per un viaggio spirituale in India; ed è proprio qui che vedrà la luce parte del suo album successivo. Supposed Former Infatuation Junkie non poteva essere più diverso dalle aspettative: un disco lungo, complesso, ricco ed introspettivo, le cui sonorità abbandonano il pop-rock più semplice e diretto del disco precedente per preferirne di più sinuose e cupe. L’esperienza nell’ashram indiano sembra aver suggerito ad Alanis una nuova consapevolezza, di quel tipo che non fornisce risposte ma che aiuta a riguadagnare la prospettiva necessaria a non perdersi.  Lo yoga e il buddhismo sono le fonti chiave da cui estrapolare gli insegnamenti che le permettono di restaurare una connessione positiva con la realtà, accettata come contingente; la copertina stessa dell’album riprende, impresse sul sorriso di Morissette, alcune parole tratte dagli otto precetti buddhisti (Please refrain from killing, stealing, lying, sexual misconduct, taking intoxicants, playing music, singin, please dress respectfull).

Thank U, il primo singolo estratto – e l’unica vera hit del disco – è un’ode di ringraziamento che suona come una dichiarazione di tregua, verso se stessa, il proprio corpo, ed il mondo. La serena accettazione di tutto ciò che di negativo si pensa vada neutralizzato traspare da una melodia armoniosa e pura , trasposta perfettamente in un video dall’atmosfera mistica che vede Alanis girare nuda in una metropoli, coperta solo da lunghissimi capelli che non stentano a renderla una specie di Eva moderna in un Eden cementificato, mentre esordisce suggerendo di “smetterla con gli antibiotici/smetterla di mangiare quando sono sazia” (un riferimento esplicito alla difficile battaglia da lei condotta contro i disturbi alimentari). Il ringraziamento, poi, va non solo a ciò che le ha donato serenità aprendole gli occhi – l’India – ma anche a tutto ciò che di doloroso questo comporta: e allora grazie “al terrore, alla disillusione, alla fragilità, alla conseguenza, al silenzio”, elementi essenziali della vita.

That I Would Be Good, un acustico profondamente intenso ed introspettivo, la vede raccontare con estrema delicatezza le proprie insicurezze esorcizzandone i fantasmi, dicendosi che anche nei casi immaginati, nonostante tutto, lei andrebbe bene (“anche se ingrassassi cinque chili”; “anche se perdessi i capelli e la mia giovinezza”). Un bisogno indotto, quello di apparire costantemente belli e giovani, pompato, ripetuto, impacchettato e servito così ripetutamente e reconditamente negli ultimi decenni da essersi instillato virtualmente nella testa di chiunque non vi faccia attenzione – figuriamoci in quella di una ragazza post-adolescente sola, a L.A., che vende la propria immagine. Eppure qualcosa inizia a cambiare, almeno per Morissette, che intraprende un percorso di rieducazione personale.

Una drammatica JoiningYou la vede protagonista di un ipotetico dialogo con un’amica al fine di dissuaderla dal togliersi la vita. Ed è qui che – dopo un’apertura fulminea ed inquietante di sole corde e voce – Alanis dimostra di essere cresciuta, snocciolando una serie di ragioni per non farlo attraverso un interessante escamotage: elencare alcune provocatorie ipotesi sostenendo che, se fossero veritiere, lei stessa si unirebbe all’aspirante suicida – “Se fossimo i nostri corpi”…

…ma fortunatamente non lo siamo. O meglio: non siamo soltanto questo. In più circostanze la Morissette ha dichiarato, parlando del rapporto conflittuale con il proprio fisico e dei disordini alimentari di cui ha sofferto, quanto sia stato per lei fondamentale il momento in cui ha compreso di dover guardare al proprio corpo come uno strumento e non come un ornamento. Uno strumento attraverso il quale esprimere se stessi e che in quanto tale va accuratamente manutenuto, come un qualsiasi altro – con una sola differenza: mente e corpo indissolubili, a noi umani non è dato scomporci.

Chiara Marchisotti

 

titolo | Jagged Little Pill
anno | 1995
artista | Alanis Morissette
genere | Alt-Rock
durata | 57:23’
etichetta | Maverick

titolo | Supposed Former Infatuation Junkie
anno | 1998
artista | Alanis Morissette
genere | Alt-Rock
durata | 71:43’
etichetta | Maverick

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