Literature

Utopia al tempo di Platone


 

Per il bene degli Stati sarebbe necessario che i filosofi fossero re o che i re fossero filosofi.

Il termine utopia deriva dal greco ou (“non”) e topos (“luogo”); indicherebbe letteralmente, quindi, un “non-luogo”. Tuttavia, c’è chi sostiene che il termine possa anche avere avuto origine dalla particella eu (“buono”) e topos (“luogo”), specificando, quindi, un “luogo buono”.

La Repubblica, forse il testo più celebre di Platone, è uno degli esempi più illustri del concetto di utopia. La fondazione dello stato ideale è l’argomento principale del dialogo (lo troviamo a partire dal II libro) ed il portavoce delle idee platoniche è Socrate; egli delinea la costruzione di una polis che, inizialmente, racchiude al suo interno contadini ed artigiani. Dopo aver affrontato con gli altri commensali il tema della giustizia, il filosofo delinea il modello di una città che possa essere definita giusta al massimo grado. Perché ciò avvenga, la comunità dovrà essere divisa in tre gruppi sociali: la classe dei lavoratori, che dovrà occuparsi delle risorse agricole, in modo tale da soddisfare le necessità dell’intera comunità; quella dei guardiani, le cui mansioni riguardano principalmente la difesa dello Stato; infine, la classe principale, impersonata dai governanti e composta essenzialmente da filosofi. Con questo termine Platone intende definire una categoria dedita all’erudizione ed alla sapienza; il percorso culturale che tali personalità devono affrontare comprende tutti i campi del sapere e dura svariati anni. La tripartizione delle cariche mediante cui è suddivisa la gestione della città non è casuale: rispecchia, infatti, la struttura dell’anima, ripartita in concupiscibile, irascibile e razionale.

L’opera si configura come un modello di utopia temporale e, per questo motivo,  l’epoca contemporanea appare percepita come sinonimo di degradazione. Solo con l’avvento dell’escatologia giudaico-cristiana, dove l’avvenire si configura come una speranza da raggiungere, il tempo, da circolare come quello greco, si trasforma in lineare. Tuttavia, questa dimensione è carente di qualsiasi spinta antropocentrica; per l’arrivo di quest’ultima dobbiamo attendere il progetto di laicizzazione delineato da Tommaso Moro con la sua Utopia, la fondazione della cui isola dipende unicamente dall’iniziativa umana. Ben lontana da Platone appare, quindi, la dimensione geografico-mitica che, talvolta, l’utopia assume in questi scritti. Le cosiddette età dell’oro, elogiate da Eschilo, Virgilio e che si configurano come un paradiso da raggiungere, momentaneamente preclusoci, sono estranee al pensiero del filosofo di Atene.

Il testo termina con un articolato monologo mitologico, dedicato alla narrazione del destino dell’anima. L’autore non manca di affermare, inoltre, l’importanza della giustizia all’interno della città ideale, di cui dovrebbe costituire il tessuto connettivo.

Giunti, ormai stremati, all’ultima pagina, cosa possiamo ricavare da un’opera il cui contenuto ha segnato così profondamente l’immaginario politico occidentale? Gli interrogativi che lo scritto ci porge sono molteplici e validi studiosi non hanno mancato di esprimere la loro opinione: l’utopia platonica fu considerata da Popper come una forma di totalitarismo politico, e la kallipolis tanto elogiata altro non sarebbe, per questo autore, che un governo di filosofi che mirano a sancire le condizioni necessarie per l’accesso al potere ed al suo esercizio. L’individualismo dei cittadini verrebbe, di fatto, frenato al fine di costruire una società perfetta. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la stessa opera si configura come un progetto difficilmente realizzabile, all’interno del quale anche Platone non manca di sottolinearne l’aspetto fortemente inattuabile. Come scrive Fronterotta: “Il tratto utopico del progetto dellRepubblica risiede nello iato che inevitabilmente sussiste fra la perfezione del modello che nulla, tuttavia, rende di per sé oggettivamente irrealizzabile, e le sue condizioni di possibilità, che si scontrano invece con l’altrettanto inevitabile imperfezione della sua realizzazione”.

Utopia realmente desiderata, oppure dissimulazione ed esercizio di stile? È questa la domanda che attanaglia le menti dei lettori di Platone. Del resto, l’autore non si esprime mai in prima persona nelle sue opere ed il portavoce più importante del dialogo è Socrate, al cui nome è fortemente legato il tema dell’ironia. Forse è lo stesso Platone che ci indica la risposta: l’utopia, per la sua stessa conformazione, appare inattuabile; i re-filosofi, nel libro VII, si ritirano dalla polis per accedere alla contemplazione delle idee. Se per Vegetti Platone non può essere considerato un pensatore totalitario, in quanto aprì svariate possibilità di critica dell’esistente in ogni suo aspetto, per Fronterotta la città ideale della Repubblica avrebbe solo il fine di denunciare i limiti di ogni programma politico che, secondo la concezione di Leo Strauss, deve astenersi dall’invadere gli spazi appartenenti alla filosofia.

Dopotutto, è Platone a dirci: «Non capisci che ai bambini raccontiamo innanzitutto delle favole? Ciò nel suo complesso è una menzogna, che però contiene anche un fondo di verità. E noi insegniamo ai bambini le favole prima che la ginnastica». A voi l’ultima parola.

Cristiana Roffi

 

Fotografia nel testo di Matteo Romellini
Fotografia in testa di Noemi Gottardi
 
titolo | La Repubblica
data di pubblicazione | 2007
autore | Platone
editore | Bur
collana | Classici greci e latini

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