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Raisons d’être

“Quel giorno eravamo appena entrati quando ci hanno fatto uscire da scuola. Non ci hanno detto di preciso perché, solo che era successa una brutta cosa. Noi non abbiamo capito, credo. Oppure, non abbiamo capito che una brutta cosa poteva capitare a noi.” *

Nemmeno l’America l’aveva capito. Quel giorno era l’11 settembre 2001 e il mondo intero aveva gli occhi incollati allo schermo della televisione, la bocca aperta, gli occhi lucidi e una confusione primordiale nella testa. Le due torri che implodono su se stesse a pochi minuti di distanza l’una dall’altra sono da anni entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Eppure, non si può certo parlare di memoria storica: non serve passeggiare a Ground Zero per capire che quello che è successo 12 anni fa al World Trade Center è ancora presente e vivo.

Ma se l’America è il Paese delle contraddizioni, su un aspetto si può essere unanimi: si tratta di un popolo di pionieri, abituato a guardare avanti, senza lasciarsi opprimere dal fardello storico. Ed è sorprendente ripensare alla fortissima reazione americana avuta in seguito alla tragedia dell’11 Settembre: si sono mobilitati tutti, dagli attori ai cantanti, dai politici agli studenti; un fermento contagioso e pulsante per risollevare un intero Paese. Nemmeno un anno dopo, nel luglio 2002 esce The Rising, il grido di dolore di Bruce (The Boss) Springsteen che inneggia alla ripresa, in nome delle proprie raisons d’être, a scuotersi dal torpore e dall’incredulità nel vedere il gigante americano caduto in ginocchio.

E non a caso, una canzone – The Fuse – tratta proprio da questo album di Springsteen, va a fare da colonna sonora a La 25° ora, un film imbevuto di New York e di tutta la tragedia dell’11 Settembre. E tanta è la rabbia che trasuda dalle parole di Edward Norton nel suo monologo davanti allo specchio, nel bagno del ristorante del padre; tanta che viene voglia di inveire contro l’America stessa.

“- Monty: Sì, vaffanculo anche tu.

– Riflesso: Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città (New York) e di chi ci abita”.

Ma sappiamo bene che l’America è destinata a tutto, tranne che a finire nell’ombra. Ed è quanto mai paradossale pensare che mentre state leggendo queste parole, gli Stati Uniti stanno scendendo in campo di nuovo, inarrestabili giudici dei tempi moderni. “Anche Obama, il guerriero riluttante, il titolare di un Nobel per la Pace che fece sorridere anche lui nella evidente assurdità, sta camminando, come gli eroi di tragedie greche trascinati dal destino, verso quegli errori che riconobbe e rimproverò ai predecessori” scrive Zucconi su Repubblica. Ecco allora che sorridiamo anche noi, malinconicamente, quando non possiamo far altro che riconoscere “la condanna e il privilegio di chiamarsi America”.

Francesca Bianchi

*tratto da Molto forte, incredibilmente vicino. (J.S. Foer)

 

Ecco gli articoli di questo numero:
SOUND
ACTION
LITERATURE
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