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Ambiente, questo sconosciuto

Di questi tempi, se a Milano girate in bicicletta – rigorosamente di seconda mano – e mangiate soltanto frutta e verdura a chilometro zero (più vermi ci trovate e più siete felici), siete decisamente dei fighi. Perlomeno in senso morale. Se poi acquistate soltanto quaderni in carta riciclata e avete istinti assassini se il vostro coinquilino mischia la plastica con l’alluminio, il vostro livello di figaggine è quasi proverbiale. Sarete davvero inarrivabili soltanto quando girerete (in bici naturalmente) con una borsa di tela a spalla dalla scritta trionfante “Anche l’insalata ha un cuore!”.

Ecco, personalmente, l’iscrizione a Greenpeace non rientra nei miei piani di breve-medio periodo e quando compro i detersivi ecologici non riesco a liberarmi del sospetto che funzionino la metà degli altri. Eppure non credo che serva idolatrare Al Gore e neppure aspirare a diventare un eco-hipster (vedi paragrafo precedente) per rendersi conto che il nostro Bel Paese non brilla certo per coscienza civica in materia ambientale. Nonostante la raccolta differenziata e il conseguente riciclaggio siano fenomeni in crescita anche nelle nostre città, in Italia si è tendenzialmente portati a considerare lattine vuote e bottiglie abbandonate come corredo urbano. Per non parlare di quelle città fantasma che sembrano le discariche di provincia: centinaia di televisori delle più disparate ere paleozoiche accatastati tristemente vicino a montagne di divani consunti, tra una lavatrice rotta e un tostapane dimenticato.

E se vi dicessi che c’è chi ha trasformato un asciugacapelli in un flauto? Questo è soltanto uno degli incredibili strumenti musicali, tutti costruiti trasformando materiali di scarto, che compongono l’attrezzatura dei Riciclato Circo Musicale, una band ITALIANA (doveroso moto d’orgoglio) formatasi nel 2006. No, non vi sto proponendo di trasformare il vostro scolapasta in un mandolino e improvvisare concerti nel vostro quartiere, semplicemente questi ragazzi sono l’esempio concreto di chi non rimane a guardare il suicidio – questa volta in senso fisico – del proprio Paese.

E se l’Acciaio di cui parla Silvia Avallone nel suo omonimo romanzo d’esordio (leggetelo, vi bastano due giorni!) può essere inteso come un killer metaforico, tradotto nel mostruoso impianto siderurgico che opprime ed uccide la piccola cittadina di Piombino, ciò che sta succedendo nella Terra dei Fuochi è tutt’altro che figurato. Locuzione estrapolata dal celebre libro Gomorra di Saviano, essa individua una vasta area compresa tra le province di Napoli e Caserta, che deve il proprio nome ai roghi criminali usati per lo sversamento illegale dei rifiuti. L’immagine della Campania come discarica a cielo aperto è sufficientemente straziante, ma la situazione diventa drammatica se si pensa che l’inquinamento da diossina dei terreni si sta diffondendo alla catena alimentare e i materiali tossici hanno intaccato anche le falde acquifere.

“La Terra dei fuochi non è sola” è questo il titolo della campagna lanciata da artisti e sportivi italiani su Facebook per salvare i comuni della provincia di Napoli, in attesa che qualche livello della Pubblica Amministrazione si attivi per risolvere concretamente il problema. Pensavo che la voglia di scappare il più lontano possibile da questa zona fosse elevata per i suoi abitanti, ma mi sono dovuta ricredere quando ho scoperto dei numerosi cortei che stavano organizzando per richiamare l’attenzione della stampa e del Governo: proprio oggi la Terra dei Fuochi  sbarca a Napoli, in manifestazione. Del resto, come diceva la piccola Hushpuppy – protagonista del film Re della Terra Selvaggia – “Tutti perdono la cosa che li ha creati. Accade così anche in natura. Gli uomini coraggiosi rimangono e osservano. Non scappano”.

E noi siamo con loro.

Francesca Bianchi

 

Ecco gli articoli di questo numero:
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