Sound

In Berlin by the wall


 

Di Lewis Allan Reed si può dire molto e molto è stato detto: l’esordio e l’esperienza prolifica con i Velvet Undergound, segnati da uno scontro con un’industria ed un pubblico forse ancora acerbi per l’estro criptico e perverso di un artista che sarà definito “il poeta della distruzione”; la collaborazione con John Cale e le divergenze creative; infine, l’abbandono del gruppo e la carriera individuale. L’omonimo debutto solista di Lou Reed raccoglie materiale edito ed inedito, ma per la maggior parte composto anteriormente alla stesura dell’abum stesso, che non riceve il successo sperato. È in quello stesso anno, con il secondo e più fortunato Transformer (1972) – co-prodotto da David Bowie e Mick Ronson – che Reed infila una serie di pezzi riusciti, in grado di consegnarlo a larga fama, come le celebri Satellite of Love e Perfect Day e le ammiccanti Walk on the Wild Side e Vicious. Un artista all’apice delle vendite e della popolarità avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, ed è per questo che è interessante la scelta del cantautore newyorkese – azzardata o coraggiosa a seconda dei giudizi – di far uscire una rock opera che, palesemente, tutto poteva essere tranne che di facile diffusione e apprezzamento. Come ha scritto recentemente Rolling Stone, “Nonostante molti musicisti abbiano scritto album su Berlino, quello di Lou Reed è lo standard da taglio di vene rispetto al quale tutti gli altri vengono misurati. Quando il disco termina con l’epica ballata Sad Song, è come se l’intero mondo chiudesse i battenti”[1]. Berlin (1973) è profondamente diverso da qualsiasi cosa Lou Reed abbia composto in precedenza. Al “rumore” del lavoro con i VU e al più asciutto suono del primo materiale solista – pur accompagnato da stravaganze, grazie anche a collaborazioni con virtuosi come Steve Howe e Rick Wakeman (rispettivamente, alla chitarra e al piano e tastiere in Lou Reed) – qui si contrappongono sonorità più mature, a tratti intime e ad altri grandiose, in perfetto accordo con le esigenze poetiche delle tracce. Quello che le accomuna, nel corso dell’intero disco, è la loro costante drammaticità nel senso più letterale del termine: a riecheggiare sono melodie che esprimono, con solenne teatralità, la tragica vicenda narrata. Ciò è reso possibile da una configurazione strumentale atipica per Reed, che nell’album si limita a contribuire con voce e chitarra acustica, mentre per la prima volta fa ricorso ad un vero e proprio supporto orchestrale nel tentativo – complessivamente riuscito – di ottenere degli arrangiamenti adatti alla realizzazione del suo ambizioso progetto. Chiamati a collaborare sono ancora una volta musicisti eccellenti, tra cui Bob Ezrin al piano (ma soprattutto in veste di produttore), Micheal Brecker al sax, Jack Bruce, ex-Cream, al basso, e Steve Winwood , ex-Blind Faith e Traffic, all’organo.

La storia raccontata da quest’opera in nero è quella di una coppia di giovani amanti dediti all’abuso di sostanze stupefacenti; lo sfondo è quello della città di Berlino, come la title-track suggerisce in apertura. Il riferimento al muro viene esplicitato sin dai primi versi, e tra un sussurro e una nota di piano è facile visualizzare la scena del primo incontro tra i due, avendo quasi la sensazione di trovarsi in quel caffè berlinese tra dense volute di fumo e scarsa illuminazione. L’atmosfera non tarda ad incupirsi: Lady Day lascia intuire la condizione di  squallore della stanza d’albergo in cui vive la ragazza, gettando le fondamenta per una denuncia nei confronti delle spaventose disparità sociali ed economiche (Men of Good Fortune) che suona ancora più feroce per il suo rassegnato nichilismo e che, grazie all’ottimo stato della voce di Reed e alle stilettate di Winwood, costituisce uno dei pezzi migliori del disco. Caroline Says I è frutto, come Berlin, del rimaneggiamento di materiale precedente e tratteggia un lamento quasi farsesco dei maltrattamenti verbali da lei inferti al ragazzo; soprusi che Oh Jim prima e Caroline Says II poi chiariranno essere drammaticamente reciproci in forma di violenza domestica. La reprise di Caroline Says rappresenta forse uno dei ritratti più riusciti tra i tanti misfits descritti dall’autore. Per Reed Caroline non è soltanto una drogata di speed, né soltanto una donna picchiata da un compagno che non ama (più); il semplice riferimento ad un soprannome (“tutti i suoi amici la chiamano Alaska”) riesce incredibilmente a fornire un particolare che, da solo, gli permette di mostrarcela prima e nonostante tutto come una persona. La condizione di degrado ed impotenza è evidente, tanto a livello individuale – How Do You Think It Feels, splendidi, taglienti assoli di sassofono e chitarra – quanto in ambito familiare. Le accuse di prostituzione, la desolazione e le urla infantili sovraincise rendono The Kids particolarmente impietosa nel raccontare l’episodio dell’allontanamento dalla casa familiare dei figli, mentre gli insulti e le lacrime indicano che il destino della coppia (ma soprattutto della madre) è ormai segnato. Quando si è andati troppo oltre tutto ciò che resta è alle spalle, e The Bed concede lo spazio per un malinconico, amaro sguardo su ciò che è stato. Difficilmente un suicidio – tanto più se epilogo di una vicenda così apparentemente squallida – poteva essere cantato tanto delicatamente; eppure, nonostante i dettagli macabri, nonostante il caustico cinismo (“ma che strano, non sono affatto triste/che sia finita così”) e la difficile empatia, il senso di svuotamento che si percepisce è inevitabile. È qui che l’autore affonda ed inferisce il colpo finale all’ascoltatore: con una traccia magistrale come Sad Song, mescolando abilmente ricordi trasognati con l’asprezza della realtà, Lou Reed riesce ad elevare una vicenda – un album – semplicemente triste a un livello tragicamente deprimente, e anche per questo grandioso.

Lou Reed non è forse stato un grande musicista in senso tecnico, ma un artista con molto da dire e idee maledettamente buone per dirlo. Ha saputo scegliere oculatamente i suoi collaboratori; ha saputo parlare di e a quegli emarginati, dannati, alienati, perseguitati di cui ci ha lasciato ritratti disperati, ma fedeli. È in questo senso che Berlin potrebbe rappresentare l’emblema della sua musica: cupo, esasperato, crudo, nichilista, irriverente, ambizioso, ma soprattutto diverso – opera di un vero “trasformatore”.

Chiara Marchisotti

 

titolo | Berlin
anno |1973
artista | Lou Reed
genere | rock
durata | 49:26
etichetta | RCA


[1]    Gavin Edwards, 20 Essential Lou Reed Tracks. A look back at the legendary rocker’s best moments from the Velvet Underground and beyond. http://www.rollingstone.com/music/news/20-essential-lou-reed-tracks-20131027

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