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Der Himmel über Berlin


 

Berlino, ventiquattro anni dopo la caduta del muro che la dilaniava, ha saputo riunire le sue metà con fatica ma determinazione, leccandosi dignitosamente le ferite e rinascendo, splendida fenice, dalle sue ceneri. Berlino è la meta preferita dai ragazzi di tutta Europa (e non solo) per studiare, lavorare e divertirsi, sicuri di venire accolti con ironica indifferenza dalla sua anima multietnica: Berlino è il cuore popolare di un paese ricco, è l’anima meticcia di una razza bionda, è la periferia vitale e vivace di un’algida metropoli. Berlino è in tutti noi, amata o odiata, ma mai indifferente.

La Berlino del Muro invece appare lontanissima, la cicatrice da esso causata è quasi invisibile ormai; eppure il Muro fa parte della città, anche se per noi è praticamente incomprensibile, e per questo sono interessanti i film, così come i libri o le mostre fotografiche, in grado di raccontarci la nostra Berlino quando era composta da due anime.

“Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders ha il vantaggio rispetto ad altre prove, di aver fotografato la Berlino del Muro mentre esso era ancora realtà, non ricostruzione, anche se ciò non significa che sia meglio di altri film che raccontano a posteriori quel periodo. Nonostante i premi ricevuti e il suo status di film culto, “Il cielo sopra Berlino” non è perfetto né scorrevole; Wenders cominciò a girarlo con un paio di dialoghi in mente, le poesie di Rilke nella testa e qualche appunto sulla città e la sua fauna. Anche per questo il film procede lentamente, non ha uno sviluppo lineare, segue le impressioni del regista, i pensieri delle persone: protagonisti, due angeli e Berlino. Gli angeli, vestiti di lunghi cappotti neri, hanno il compito di osservare la bellezza nella gente, leggendone le menti, raccogliendo da esse brandelli di gioia, tristezza, sconforto e innocenza –il tutto annotato in quaderni che sfogliano insieme a fine giornata. Nessuno è in grado di vederli, solo i bambini, i cui sguardi scaldano il cuore dello spettatore, raffreddato dalla regia in bianco e nero che è metafora del distacco degli angeli dagli umani e della tristezza di una Berlino dilacerata e cupa.

Damiel (Bruno Ganz) è un angelo che si innamora della trapezista di un circo fallito, e per lei decide di diventare umano, lasciandosi anche consigliare da un attore, lui stesso ex angelo (interpretato da Peter Falk), che lo percepisce, pur senza vederlo: le sviolinate quasi esasperanti del racconto angelico svaniscono per lasciare il posto ai rumori della città, mentre il bianco e nero si scalda dei colori della vita. Il rifiuto dell’immortalità per un’esistenza breve e concreta è molto significativo, specialmente perché la prospettiva è la dolorosa realtà della Guerra fredda, un amore non garantito e tutte le sofferenze umane.

Ciò che in questo film colpisce, più che la storia di Damiel, è l’umanità berlinese vista dagli occhi degli angeli, che cercano di darle sollievo sfiorandola, quando necessario; ma la sofferenza non sempre riesce ad essere alleviata, anche gli angeli sono impotenti davanti al vero dolore o alla rassegnazione.

Un ragazzo, disilluso, lasciato dalla fidanzata, è seduto su un tetto sotto l’enorme stemma della Mercedes, le gambe a penzoloni nel vuoto: ascoltiamo i suoi pensieri, sorprendentemente lucidi, insieme all’angelo Cassiel, e con lui gli posiamo la testa sulla spalla per cercare di alleggerire il suo dolore facendocene carico almeno un po’; invece lo vediamo gettarsi freddamente nel vuoto, l’urlo muto e straziante di Cassiel risuona dentro di noi. Il tetto è vuoto, davanti a noi c’è solo Berlino con la sua gente.

Un vecchio signore che cammina per la città cercando Potsdamer Platz, la piazza più bella e viva della Berlino dei suoi ricordi, arriva invece a una distesa di sterpaglie vicino all’omogenea e sterminata superficie del Muro, che si apre davanti ai suoi occhi. Si siede sconsolato su una vecchia poltrona abbandonata tra l’erba alta, mentre gli angeli ascoltano le sue memorie. Incredibilmente, pochi anni dopo, quella terra di nessuno ritornò ad essere una delle piazze più importanti d’Europa.

Un anziano intellettuale in biblioteca auspica una poetica serena, che racconti la felicità invece della guerra, un’epica della pace: “i miei eroi non sono più guerrieri e re, ma i fatti di pace, uno vale l’altro”.

Il cielo e la Berlino di Wim Wenders visti oggi affascinano in quanto particolarissimo insieme di conosciuto e non: alla Potsdamer Platz dei ricordi del vecchietto, invisibile e cancellata, si accosta la Gedächtinskirche come tutt’ora possiamo vederla, oppure la biblioteca statale e la Statua della Vittoria. Riconosciamo a tratti la Berlino attuale, come quando cerchiamo un amico nella folla: grande pregio di questo film imperfetto è l’aver dato alla città il ruolo, anziché di sfondo, di protagonista. E il Muro, paradossalmente, anziché dividerla, la unisce, punto focale di esperienze e vite dei suoi abitanti.

“In ogni caso non ci si può perdere, si arriva sempre al Muro”.

Valeria Osti Guerrazzi

 

Titolo: Der Himmel über Berlin
Regia: Wim Wenders
Interpreti: Bruno Ganz, Otto Sander, Solveig Dommartin, Peter Falk
Anno: 1987
Durata: 130’

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