Sound

Perché non esiste il Nobel per la musica (e perché non dovrebbe)


 

Conoscete il Polar Music Prize? Se la risposta è negativa, non crucciatevi: siete in buona compagnia. Nato nel 1989 per volontà dell’ex manager degli ABBA Stig Anderson – svedese come Alfred Nobel, che quasi un secolo prima istituì l’omonimo e ben più celebre premio – questo riconoscimento internazionale è stato ufficiosamente definito “il premio Nobel della musica”. Entrambi assegnati annualmentepresso la Stockholm Concert Hall, conferiscono un premio in denaro e rappresentano la massima onorificenza nei campi di riferimento. Le connessioni sulla carta sono evidenti, eppure riesce difficile non pensare al premio Polar come al cugino campagnolo, un po’ naif e malandato, di un bello e altolocato cittadino metropolitano, quasi fosse (non ce ne voglia il buon Wilde) il Bunbury del mondo dei premi – sconosciuto e comodo. Sì, perché nonostante sia stato sinora attribuito ad alcuni tra i più importanti e celebri nomi della musica moderna – da Sir McCartney a Joni Mitchell (prima donna a vincerlo), a leggende come Dizzie Gillespie, Quincy Jones, Ray Charles, B.B. King, a gruppi del calibro degli Zeppelin e dei Pink Floyd, fino a Bob Dylan, Patti Smith, Paul Simon passando anche per un (unico) italianissimo Ennio Morricone – sembra che questo premio non sia riuscito a catalizzare l’attenzione dell’industria musicale né del grande pubblico, rapiti dalla carovana di riflettori e tappeti rossi portati con sé dai Grammys, dai Brit Awards e da tutte le variazioni minori sul tema. Il Polar Prize, nonostante le premesse e le buone intenzioni, non pare aver colmato il vuoto rappresentato dalla mancanza di un effettivo riconoscimento nei confronti deipiù “eccezionali contributi offerti nel mondo della musica”, così come accade da decenni per altre arti e scienze. Concedendosi, da un lato, numerose scelte a colpo sicuro ricadute su mostri sacri della musica moderna, il comitato preposto all’assegnazione del premio è, dall’altro, incappato in un’insidia opposta nominando artisti che – lungi dall’essere qui messi in discussione entrando nel merito – definire di nicchia sarebbe un eufemismo. È un cliché ad altissimo rischio di disaffezione in cui virtuosi e cultori incappano spesso, quello dello snobismo, cui l’ambiente musicale non è estraneo– penso, con le debite differenze, all’ironica scena di Alta Fedeltà in cui il protagonista (proprietario di un negozio di dischi) e i suoi commessi si prendono gioco di un cliente inscenando una gag soltanto per rifiutarsi di vendergli un LP perché si tratterebbe di un “fissato”, non considerato alla stregua di un vero intenditore e quindi immeritevole dell’oggetto del suo desiderio.

Se non si considera la classica, cui ogni anno spetta un premio Polar dedicato e che meriterebbe un discorso distinto, la musica contemporanea “di qualità” (locuzione tanto vaga quanto spiacevole, da intendersi semplicemente in contrapposizione a quella più prettamente commerciale) come quella cui i rocksnobs di Hornby fanno riferimento, è sospesa in un limbo. Impantanata in una terra di mezzo che non appartiene né all’effimero mondo di MTV, né al rigoroso ambiente dei conservatori, né a quello di gran lunga più controverso dell’attivismo politico, sociale, culturale o religioso che sia, rifugge ogni tentativo di oggettivizzazione. Definire cosa sia “eccezionale” e cosa o chi possa essere ritenuto così geniale da avere “maggiormente contribuito al benessere dell’umanità” rappresenta il nocciolo di una questione fondamentale per uscire dall’impasse, ma che da sola si presta a disquisizioni infinite. Se per le discipline per cui il premio esiste fare questo tipo di valutazioni è incredibilmente difficile, per la musica sembra impossibile: non ci sono numeri a cui appigliarsi (le vendite lasciamole ai dischi di platino e il televoto a Sanremo) né criteri stilistici obiettivi su cui basarsi. Per questo, forse, il Polar Prize non è riuscito ad incarnare un riconoscimento realisticamente autorevole e radicato nel settore, capace di destare interesse nel pubblico di esperti ma soprattutto di incuriosire i non addetti ai lavori.

Nonostante decenni di sforzi tesi a vedersi riconosciuta pari dignità rispetto ad altre forme d’arte e alla sua ingombrante, classica progenitrice, la musica moderna fatica ancora a trovare la legittimazione che le spetta – quante volte vi è capitato di sentir dire “Ma è solo una canzone/un concerto/un disco!”? Un passatempo, un riempitivo o un isolante, un rompighiaccio – insomma, secondo molti un ottimo strumento per bunbureggiare, come si diceva prima, per staccare la spina e toglierci d’impaccio da tutte le altre cose serie. Qualunque tentativo di etichettarla, classificarla ed eventualmente premiarla non risulta mai pacifico, per non dire del tutto vano (non esiste top 5/10/100, per quanto studiata, che non susciti in altri grasse risate, moti di risentimento o sincera incredulità) così come qualsiasi operazione mirata a farla rientrare in alcuni parametri tipici. Breve e quindi essenzialmente semplice nel modo in cui viene percepita, oltre che inevitabilmente soggettiva, questo tipo di musica è frutto di un lungo e complesso percorso di emancipazione – da stereotipi, oppressioni, standard, aspettative anche e soprattutto tecnico-teoriche. Trovare un modo di valutarla che prescinda dall’elemento emozionale significherebbe tradirne l’essenza.

D’altronde, l’unica condizione richiesta formalmente dal sig. Nobel riguarda il “contributo al benessere dell’umanità”. Se ci pensate, quali altre cose esistono che in una manciata di minuti riescono ad incidere così profondamente sul vostro benessere quanto la canzone giusta al momento giusto? Il Nobel lo meriterebbe eccome, ma non le appartiene: perché il bello è che l’effetto sortito prescinde da elementi come la perfezione tecnica o la capacità d’innovare. Il contributo offerto è inestimabile; lo dice la parola stessa, “non si può giudicare nel suo reale valore”. E non serve: se avete impellente necessità di mettere etichette, lasciate stare la musica e cercatevi un impiego alle poste.

Chiara Marchisotti

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