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Orizzonti di gloria

Che cosa contraddistingue un genio? Siamo troppo facilmente abituati a pensare che il genio, classicamente inteso, sia dotato di un intelletto e di un intuito eccezionali, capaci di portarlo, con relativa scarsa difficoltà, alle vette più elevate. Forse, però, non bastano straordinarie capacità per diventare il migliore nel proprio campo, forse serve anche un metodo meticoloso e una capacità di spremere da se stessi tutte le energie, per arrivare là dove si vuole. Troppo spesso siamo portati a guardare un’opera attraverso la fama del suo autore (è bella, perché è fatta da.) e a tralasciare un’analisi più accurata, che ci permetterebbe di capire di più sul genio del suo creatore.

Stanley Kubrick è stato, senza esagerare, il più influente regista americano (forse occidentale) di sempre. Non è stato forse il più grande, il più prolifico, il miglior regista di sempre, ma l’influenza che ha lasciato come eredità su tutti i suoi colleghi è senza pari. Sempre senza esagerare, Kubrick è anche il regista più studiato (le università non riescono a fare corsi di cinema che non parlino di lui) e dissezionato della storia del cinema e forse anche il più idolatrato; ma è andando a ritroso, fino al suo primo e rinnegato film, che possiamo imparare qualcosa di nuovo e, forse, dire qualcosa che ancora non è stato detto.

kubrick

Appena venticinquenne, Kubrick girò Fear and Desire, per poi rinnegarlo, nasconderlo e definirlo un “mero esercizio giovanile”, tanto che il film è rimasto pressoché negletto fino al recente restauro e distribuzione tramite iTunes. Fear and Desire non è un film perfetto, è lento e poco organico, ma contiene tutto quello che il regista sarebbe diventato e avrebbe fatto.

Quattro militari si ritrovano, dopo un incidente aereo, alcune miglia dietro le linee nemiche, dispersi in un bosco su una montagna. La loro unica speranza di tornare vivi è costruire una zattera e discendere lungo il fiume, che taglia il confine, per ricongiungersi alle proprie truppe. Nell’attesa che cali la notte, però, vengono sorpresi da una giovane del luogo che viene fatta prigioniera e che sarà causa del definitivo tracollo psichico di uno dei soldati. Gli altri tre, intanto, si lasciano convincere da Mac, il più duro di tutti, ad attaccare una piccola postazione nemica, al fine di uccidere un generale. Scopriranno, però, una strana verità, guardando in faccia i cadaveri nemici.

Una voce fuori campo ci informa, fin dai primi minuti ed in maniera un po’ troppo esplicita, di come l’intera storia sia in realtà un’allegoria della Guerra, che non rappresenta nessuna guerra specifica e che potrebbe essere ambientata in qualunque foresta e interpretata da qualunque esercito. Già questo incipit pone il film in diretto rapporto coi film di guerra successivi, Orizzonti di Gloria e Full Metal Jacket, dove l’uso della guerra come metafora è meno esplicitato ma onnipresente. Si costituisce così un’ideale trilogia, percorsa dal medesimo pensiero e da un giudizio sulla guerra che caratterizza tutta la produzione di Kubrick. Le tematiche, infatti, si rincorrono, a partire dal fondo di follia insito in ogni soldato e pronto ad uscire, alla prima occasione, da questi uomini che ormai faticano a mantenersi umani e a riconoscersi come tali (l’esempio più eclatante è, appunto, Full Metal Jacket). Il nemico, poi, è sempre incombente e foriero di paure, ma quasi invisibile, come in Orizzonti di Gloria. Ugualmente ricorre il tema della battaglia come momento di introspezione, per capire quanto umani siamo, e l’identificazione nel nemico, la totale identità fra i due fronti, molto più uguale a noi di quanto siamo portati a credere. Il finale di Fear and Desire rimanda a questo concetto, in maniera immaginifica ed insolita (soprattutto per il 1953), ma lucida e minimalista, creando uno stato onirico e surreale, che accompagnerà il film fino ai titoli di coda, che richiama le atmosfere dell’ultimo film del regista, Eyes Wide Shut. C’è anche il rimando, solo accennato, ad una certa sessualità deviata ed accompagnata sempre dalla violenza, che verrà meglio analizzata ne Il dottor Stranamore.

kubrick2Tuttavia il film non è lontano dai giudizi poco lusinghieri che il regista stesso ebbe nei suoi confronti. Il primo contatto con la macchina da presa è tutto volto allo studio e alla sperimentazione. Ne fa le spese il montaggio della pellicola, che alterna stili e registri differenti, strizzando certo un occhio alla lezione sul montaggio data da Ėjzenštejn: si può ritrovare, per esempio, nella sequenza dalla sparatoria nella baracca, dove le scene si susseguono frenetiche, alternando ai colpi degli assalitori (ripresi, per lo più, da angolature non convenzionali) a scene di particolari dei volti e dei gesti degli assaliti. Pur dimostrando l’attenzione lo studio del regista per una materia che sta imparando a maneggiare, il passaggio eccessivo a diversi stili di montaggio appesantisce la pellicola, rendendola poco unitaria e a tratti lenta.

Ciò che sicuramente più colpisce, però, è la fotografia. È bene ricordare che Kubrick nasce come fotografo e all’epoca di Fear and Desire aveva appena concluso la sua collaborazione con la rivista Look. Sebbene non ancora improntato a quella ossessiva ricerca della perfezione simmetrica delle inquadrature che caratterizzerà molta della sua produzione successiva (uno su tutti, Shining), la ricerca dell’effetto fotografico è qui preponderante. Ogni inquadratura è costruita a tavolino, come una fotografia: tanto che le scene sono spesso statiche, semplicemente riempite dai personaggi, che sembrano, a volte, in posa. Questo uso della fotografia, così come i moltissimi primipiani, sempre di stampo fotografico, rendono l’atmosfera ancora più surreale e rivelano una poetica dove le immagini possono dire molto più delle parole, spesso troppo introspettive.

Lo Stanley Kubrick che emerge da un film con Fear and Desire è uno studente diligente, ossessionato dai dettagli e attento pianificatore. Certo, l’estro del genio rimane, infatti il film è assolutamente un faro solitario nel panorama cinematografico dell’epoca, per come viene trattata la tematica della guerra (lo terrà bene in mente Terrence Malick girando La sottile linea rossa, forse il film che più si avvicina alla sensibilità di Kubrick per la guerra), ma è circondato dalla ricerca e dallo studio, dalla fatica di concertare ogni singola azione sulla scena. Come a dirci che la genialità da sola non basta (e forse, alla fine, non serve neppure sempre), ma che sono, invece, di fondamentale importanza costanza e sudore, per arrivare alle mete prefissate.

Alessandro Pigoni

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Titolo: Fear and Desire

Regia: Stanley Kubrick

Anno: 1953

Interpreti: Kenneth Harp, Frank Silvera, Paul Mazursky, David Allen

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