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L’amore che resta

Se c’è una parola che mi affascina terribilmente nell’universo etimologico, quella è saudade. Provo per questo termine un’affinità quasi pari al tedesco Sensucht, che sin dal primo istante in cui l’ho sentito mi ha fatto rimpiangere di non aver vissuto il Romanticismo, quando conquistare l’infinito su questo pianeta sembrava ancora possibile. Entrambe queste parole sono intraducibili in un unico vocabolo italiano e il loro significato è spesso elusivo, difficile da cogliere nitidamente.
Ma se non è facile afferrare il concetto di Sensucht, impregnato di uno struggimento esistenziale tipico dell’animo romantico, così non è per la saudade, sentimento più comune di quanto si possa pensare.

Non consulterò dizionari eccelsi né attingerò informazioni dalla suprema fonte del moderno sapere (Google) per darvi una nozione corretta, ma cercherò semplicemente di dirvi che cos’è per me la saudade ed il motivo per cui mi è così cara questa parola portoghese. In sole sette lettere questo termine riesce a racchiudere la caducità di un attimo felice, la consapevolezza che la felicità non dura che pochi istanti, il tempo (a volte nemmeno sufficiente) di rendersene conto. Saudade è la malinconia di un ricordo felice, di qualcosa che abbiamo o che – paradossalmente – non abbiamo mai avuto. È il retrogusto amaro dell’assenza nel presente. Saudade è l’eco della rive gauche e per un attimo ti sembra di essere seduto su una di quelle panchine di marmo che trovi lungo la Senna, è la dolce malinconia che prova Ingmar Bergman ne Il posto delle fragole ripensando alla propria infanzia.

La saudade è il dolceamaro ricordo di un amore passato, sbiadito, certo, ma non per questo spento. La differenza principale tra nostalgia e saudade è che la prima racchiude in sé un misto di felice ricordo e consapevole sconforto dell’impossibilità di recuperare quello che si è perso o di rivivere quello che si è già vissuto. La nostalgia nasconde una sorta di inevitabile rassegnazione, sentimento assente nel termine saudade ed un motivo in più per amare quest’ultima parola, che trasuda una tacita speranza di ritornare ad avere, in un domani indefinito, ciò che si è perso o non si ha mai avuto. Se, come me, amate i film drammatici, le storie d’amore complicate, la notte rispetto al giorno, troverete conforto in questo sentimento di dolceamara malinconia, non per forza rivolta verso qualcuno che c’era e che non c’è più, perchè si può provare saudade anche verso una situazione, un tramonto, un’opera d’arte, addirittura verso un Paese intero.

Non sono mai stata in Brasile, ma se mai voleste andare alla ricerca delle radici di questa parola, bè, vi consiglierei di partire dal gigante giallo verde. Non solo la maggior parte dei visitatori di questo Paese torna affetta da un’incurabile saudade, ma ho recentemente scoperto che i Brasiliani (popolo incredibile) hanno anche provato a tradurre questa “felice malinconia” in musica. Mi sto riferendo naturalmente alla Bossa Nova, genere nato nella seconda metà del secolo scorso e che trae origine dalla musica tradizionale brasiliana. E vi sfido ad ascoltare queste note senza provare un senso di qualcosa difficile da raggiungere, ma che vi fa sorridere al pensiero; qualcosa di piacevolmente lontano, ecco.

In attesa di visitare il Brasile, sono stata in Portogallo. E seguendo umilmente l’esempio di Antionio Tabucchi (che si è preso un pezzo del mio cuore con Sostiene Pereira), ne ho apprezzato il sapore di saudade che aleggia nell’aria di Lisbona, aiutato dalla vista del mare d’inverno. Avete mai provato questo tipo di dolce malinconia per qualcosa, nel momento stesso in cui la stavate ancora facendo, proprio perché sapevate che vi sarebbe mancata pochi minuti dopo? Ecco, Tabucchi è molto più bravo di me a spiegarvi che cosa si prova a viaggiare o anche solo a contemplare uno spettacolo raro. Pochi giorni fa ho avuto l’incredibile fortuna di poter ammirare l’Aurora Boreale. E sì, mentre cercavo di non andare in ipotermia, con gli occhi rivolti al cielo, pensavo a quanto ero felice in quel preciso momento, a quanto quei pochi attimi di piacere si sarebbero presto confusi con un leggero retrogusto amaro all’imminente passaggio delle prime nuvole. Eppure, in questi momenti, in cui la saudade raggiunge anche il Polo Nord, non si può che provare un senso infinito di gratitudine, per ciò che è stato, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, e, soprattutto, per ciò che ha lasciato in noi qualche indelebile traccia di sé.

Per l’amore che resta.

Francesca Bianchi

 

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