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Il posto delle Fragole


 

Quando si dice che un viaggio può cambiare la vita, si pensa ad un modo di dire, una frase romantica ed esagerata: eppure può accadere nella vita di ognuno di noi. Un viaggio ci può portare in una realtà nuova, al ritorno dalla quale si prova quella dolce nostalgia che unisce alla bellezza del ricordo felice l’amara consapevolezza di non riviverlo (almeno nel breve futuro); oppure durante il viaggio si può fare la conoscenza con lati e sfaccettature della nostra persona e del mondo cui non ci eravamo mai imbattuti. Questa nostalgia dolce amara, definita nella cultura portoghese e brasiliana saudade, termine splendido e avvolto da una nebbia di intraducibilità, può essere riscontrata in modi sorprendentemente simili in culture e stati d’animo assai lontani.

Ne “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman, il protagonista, crogiolandosi in ricordi dolorosi e dolcissimi, affronterà un breve viaggio che cambierà la sua vita: “Quando durante la giornata sono preoccupato o triste, per calmarmi cerco di ripensare ai periodi felici dell’infanzia”. La sua dolce malinconia è legata non semplicemente ad un luogo fisico, bensì ad un luogo dello spirito.

“I nostri rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte al pettegolezzo ed a una sterile critica del suo comportamento.” Con questo pensiero facciamo la conoscenza del professor Isak Borg di Stoccolma, che il giorno seguente a questa disillusa riflessione deve recarsi a Lund per le celebrazioni del suo giubileo professionale, ma durante la notte fa un sogno surreale ed inquietante: si trova a passeggiare in una parte sconosciuta della città, dove gli orologi non hanno le lancette e le strade sono deserte. Improvvisamente passa un carro funebre, le cui ruote si incastrano facendo cadere la bara; spinto da una strana curiosità, il professore si avvicina alla bara dischiusa, dalla quale esce la bianca mano del morto. Essa afferra con forza il braccio del professore che, orripilato, è costretto a guardare il volto del defunto; con sommo stupore, vi si riconosce e sconvolto si sveglia di soprassalto. A seguito di ciò, decide di non prendere l’aereo come stabilito, ma di partire di buon mattino con l’auto, onde evitare la disgrazia promessa dal sogno; la moglie di suo figlio, Marianne, decide di accompagnarlo, e durante il viaggio i due daranno un passaggio ad un terzetto di giovani che si recano in Italia e ad una coppia dai rapporti burrascosi.

Durante il viaggio il professore, con il suo caotico seguito, compie alcune tappe, la prima delle quali è la villa dove con la sua numerosa famiglia trascorreva le vacanze: qui egli tornerà giovane, rivivendo in vividissimi flash back il suo amore per la bella cugina Sara, corteggiata dal fratello di Isak che alla fine sposerà. Egli comincia a venir travolto dai ricordi, che vorrebbe rifuggire ma la cui dolcezza ha un effetto ammaliante: comincia a rendersi conto del proprio egoismo e della propria freddezza, i cui primi bagliori affioravano già nell’epoca dell’amore per Sara –fuggita da lui proprio per la sua superiorità, eccessivamente consapevole. In un confuso ed avvolgente susseguirsi di ricordi, sogni e presente, il professor Isak ripercorre un’esistenza non degna di essere vissuta, tanto che svegliandosi di colpo da un incubo, rivela a Marianne la sua impressione sui sogni, che pare vogliano mostrargli una verità che non è in grado di accettare da sveglio: “E sarebbe?” “Che sono morto pur essendo vivo.”

Il punto culminante del film è il terribile sogno in cui viene condotto, anziano come nel presente, in un’aula universitaria dal cinico uomo che insieme alla moglie aveva accettato un passaggio dal professore. Il viso odioso e saccente dell’uomo torna nel sogno a immagine di una coscienza crudele, che lo esamina impietosamente: la surreale prova ci rende impotenti e sbigottiti come il professore, la cui autorevole figura si è trasformata in quella pietosa di un povero vecchio dal viso gentile, il quale si trova a dover tradurre una frase in una lingua sconosciuta scritta sulla lavagna, usare un microscopio rotto e recitare il primo dovere di un medico, che non ricorda, e che  gli viene urlato in faccia ferocemente: “Il primo dovere di un medico è chiedere perdono!”.

Il cambiamento dell’anziano dottore avviene attraverso ricordi intensi, nuove conoscenze e con la scoperta di un grande affetto (ricambiato) verso Marianne, che, legata al figlio-fotocopia del padre, lo aiuta in un percorso di autoanalisi e “pentimento”: la sconvolgente ed eccezionale interpretazione del magnifico Victor Sjöström va dritta al cuore, il suo viso così dolce e al contempo maestoso ha un’espressività tale da farci perdonare (noi, spettatori impazienti del 2013) la lentezza di alcune scene. La delicata forza della regia di Bergman ci prende per mano e ci guida nelle tortuose pieghe dell’animo umano, nelle ferite del cuore e della coscienza, ma anche alla consapevolezza di un domani, il cui nuovo sole dissiperà le tenebre della solitudine –come il visetto dolce della ragazzetta accolta in auto coi suoi amici, Sara anch’essa, interpretata dalla stessa, affascinante Bibi Andersson volto della cugina Sara.

“Dov’è andata?” “Lo sa no? Via, lontano. Tutti spariti. Non sente il silenzio che c’è? Una perfetta operazione chirurgica. Più niente che dolga, più niente che sanguini o palpiti.” “E qual è la punizione?” “La solita immagino: la solitudine.” “E non vi sarà clemenza?” “Non lo chieda a me, non è compito mio.”

Certo, è compito di ognuno di noi.

Valeria Osti Guerrazzi

 

Titolo: Smultronstället
Regia: Ingmar Bergman
Anno: 1957
Interpreti: Victor Sjöström, Bibi Andersson, Ingrid Thulin

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