Literature

Saudade, cosa arcana e stupenda*


 

L’altro giorno sono incappata per caso in uno di quegli elenchi alla Buzzfeed che ti tengono incollato per ore al computer a perdere tempo quando dovresti davvero discutere i pro e i contro del surplus della bilancia commerciale tedesca. In questo caso specifico, l’elenco riportava alcune parole che non possono essere espresse se non nella loro lingua originale, parole intraducibili. Ne esistono davvero tante, la più gettonata in italiano è “culaccino”, che io mai e poi mai ho sentito in tutta la mia vita da italiana d.o.c., ma che a quanto pare indica il segno lasciato dal bicchiere sul tavolo. Intenso, davvero. Culaccino gareggia con parole ben più poetiche, si va dalla classica Sensucht tedesca a Iktsuarpok in inuit, passando, ovviamente, per saudade. Saudade è una parola portoghese bellissima perché, nonostante nessuno abbia mai veramente capito cosa significhi esattamente, evoca subito un sentimento dolce e struggente. Pare che derivi dal latino solitas, solitatis cioè “solitudine”, che però oggi non è la traduzione corretta, né tantomeno esaustiva, del termine portoghese. Per capire un po’ meglio cosa significasse questa parola ho preso in mano Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi, pisano di nascita ma eterno innamorato di Lisbona e del Portogallo. Devo ammettere che già l’incipit del libro mi aveva conquistato: “Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto, ho visto e vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kafavis lo ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca: il viaggio trova senso solo in se stesso, nell’essere viaggio”.

In questo libro Tabucchi raccoglie diversi racconti dei suoi viaggi, precisando che tali viaggi non sono mai stati fatti per diventare letteratura. Forse voleva fare il modesto, non so, fatto sta che il solo fatto di leggere questo libro provoca un po’ di saudade. Cosa sia alla fin fine questa fantomatica saudade viene spiegato nel racconto Lisbona, Rua da Saudade, nella parte quinta del libro intitolata Portogallo. L’autore non solo riporta la definizione del termine data dal più autorevole dizionario portoghese (“malinconia causata dal ricordo di un bene perduto; dolore provocato dall’assenza di un oggetto amato, ricordo dolce ed insieme triste di una persona cara”) ma sottolinea anche come la saudade non si rivolga solo al passato, ma anche al futuro, il che complica le cose, visto che la nostalgia del futuro è un paradosso. Tabucchi si rende conto che è quasi impossibile spiegare a parole il senso della saudade, ed è proprio per questo che ci guida tra le vie di Lisbona fino alla Rua da Saudade. Da questa strada si può vedere la città, l’oceano, la nebbia atlantica che cala sui lampioni accesi al tramonto. Se alla vista di questo spettacolo proverete una sorta di struggimento, e se già penserete a quando, una volta tornati a casa, avrete nostalgia di quel “momento privilegiato della vostra vita” in una stradina solitaria, allora state sperimentando la saudade.

Queste righe mi hanno fatto a pensare alla Sindrome di Stendhal, il malessere che colpisce il viaggiatore che non riesce a reggere alla bellezza di un’opera d’arte. Il primo a darne notizia fu lo scrittore francese Stendhal, sopraffatto dallo spettacolo delle tombe dei grandi in Santa Croce a Firenze. E cosa scopro arrivata a pagina 195 di Viaggi e altri viaggi? Che Tabucchi ha dedicato un racconto proprio alla sindrome di Stendhal, concludendo che “siamo esseri antichi, ma siamo anche esseri fragili, e oltre che al brutto siamo anche esposti alla bellezza. La cosa ci turba e insieme ci rallegra”. La saudade è un po’ questo secondo me, un sentimento dolceamaro che ci destabilizza ma che difficilmente riusciamo a spiegare, anche a noi stessi. Per me la migliore definizione di saudade è stata data, inconsapevolmente, da Gabriel Garcia Marquez quando ha scritto: “C’era una stella sola e limpida nel cielo color di rose, un battello lanciò un addio sconsolato, e sentii in gola il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.”

Credo che Viaggi e altri viaggi sia una splendida raccolta di racconti, in cui un certo tipo di saudade, quella del viaggiatore, si respira in ogni pagina. Ma credo anche che ognuno di noi abbia la propria personale definizione di saudade, che ognuno di noi possa trovare parole diverse per descriverla. Anche stavolta aveva ragione Nietzsche quando scriveva: “Le parole sono soltanto simboli per designare le relazioni reciproche fra le cose, e le relazioni delle cose con noi, e non toccano mai la verità assoluta. […] Mediante le parole e i concetti noi non giungeremo mai al di là del muro delle relazioni, ne’ riusciremo a penetrare in una qualche favolosa radice primordiale delle cose”.

 

*chi ha colto il riferimento vince subito tutti i miei punti fragola dell’Esselunga (e non vale cercarlo su Google).

Giulia Galimberti

 

titolo | Viaggi e altri viaggi
anno | 2010
autore | Antonio Tabucchi
editore | Feltrinelli
collana | Universale economica

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