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Ci si innamora di chi ci si innamora*


 

Qualche settimana fa, mentre scorrevano i titoli di coda de La vita di Adele, sono rimasta un po’ perplessa davanti allo schermo, cercando di capire se mi fosse piaciuto o meno. Vincitore della Palma d’oro allo scorso Festival di Cannes, il film di Kechiche ha fatto molto parlare di sé e trattando di una storia d’amore tra due ragazze ha rapidamente catalizzato l’attenzione del mondo LGBTQI (Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender, Queer, and Intersex) e non solo. La vita di Adele, tuttavia, ha ben presto deluso chi si aspettava un film incentrato sull’amore omosessuale: le scelte del regista francese (di cui, da un punto di vista tecnico, non ne condivido molte) sembrano non dare peso al genere delle protagoniste, il cui innamoramento risulta naturale, spontaneo, immediato. Esattamente come dovrebbe essere ed è.

La vita di Adele parla semplicemente di amore, dell’imbarazzo al primo appuntamento, di quel sentimento irrazionale che in un batter d’occhio si mette alla guida delle nostre vite e di tutti i conseguenti stravolgimenti che causa al nostro essere.  Ed è proprio questo tipo di naturalezza che ritroviamo a fare da fil rouge ne Rosso Istanbul, il primo libro di Ozpetek, meglio conosciuto per la magistrale regia de Le fate ignoranti e di Mine Vaganti, solo per citare alcuni dei suoi film in cui la presenza di tematiche LGBTQI è pressoché una costante. Nel suo romanzo, invece, uscito lo scorso Novembre, troviamo un Ozpetek fortemente attaccato alla vita, dalle cui parole trasuda a tratti una violenta ricerca di sé e del sentimento più puro che ci è dato provare: l’amore. Eppure, nemmeno Rosso Istanbul si può considerare un romanzo che tratta di omosessualità: tratta di amore tra persone dello stesso sesso, di amore come componente imprescindibile dell’esistenza umana.

E ciò che, tra le altre cose, accomuna il film di Kechiche e il romanzo di Ozpetek è proprio il fatto che entrambi gli artisti non trattano di un amore “diverso” o di un amore da accettare o addirittura “tollerare” come si permettono di affermare esponenti politici e personaggi di spicco nel panorama mediatico italiano, pur restando nella convinzione che la normalità sia altro. E non potendo fare leva su un governo illuminato, l’impatto che la cultura sta avendo sul cambiamento – seppur molto graduale – della mentalità dell’italiano medio è determinante: pensate al panorama musicale, ad artisti come George Michael, alle più recenti Tegan&Sarah, a Baths, a Tiziano Ferro per restare in Italia. L’omosessualità non è una scelta, non è uno stile di vita, e nemmeno deriva da un qualche subconscio malato o presunto trauma infantile. Si tratta di una minoranza, certo, intesa proprio in termini numerici, così come nel nostro Paese è minoritaria la quota di persone con gli occhi azzurri rispetto a quella con gli occhi scuri, come lo è quella dei mancini rispetto ai destrimani (la cui discriminazione è caduta in disuso, deo gratias).

Il prossimo 17 Maggio sarà il 24esimo anniversario della storica decisione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di depennare ufficialmente l’omosessualità dalla lista di malattie mentali. Ed è triste pensare di vivere in un Paese che, pur definendosi democratico, non riconosce i diritti delle persone omosessuali alla stregua di quelle eterosessuali, un Paese in cui l’approvazione di una legge fondamentale e (ai miei occhi) “scontata” come quella contro l’omofobia si deve scontrare con pregiudizi secolari, in un Paese in cui “lesbica!” o “gay!” urlati per strada suonano ancora come insulti.

Penso sinceramente che il nostro Paese non possa continuare a evitare di dare risposte a una parte della sua popolazione. Come dice Ozpetek “Niente è più importante dell’amore”; ed io credo che nessuno a questo mondo possa privare qualcun altro del sacrosanto diritto di vivere il proprio amore.

Ho pensato molto a come esprimere la mia opinione su una tematica così scottante ed essenziale, nella speranza di risultare chiara e diretta al lettore, e mentre ci pensavo mi è capitato di vedere questo video: http://www.youtube.com/watch?v=axdRn-ai758 e ho capito che Carlo Gabardini mi aveva improvvisamente letto nel pensiero e ha trovato parole nettamente migliori delle mie per esprimerlo.
Vi ruberà soltanto 5 minuti esatti e non ve ne pentirete: “L’importante è che si mangi!”.

Francesca Bianchi

 

[*Carlo Gabardini, attore comico italiano, forse meglio conosciuto come Olmo per i fan di Camera Cafè, a seguito del suicidio di un ragazzo di Roma, vittima di discriminazione sessuale, decide di scrivere una lettera aperta a la Repubblica lo scorso ottobre 2013, condannando l’omofobia, facendo egli stesso coming out e pubblicando questo video (geniale!) nel dicembre 2013.]

 

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