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Cet obscur objet du désir


 

Non esiste nulla di più difficile, nelle arti, che la rappresentazione dell’emozione e del sentimento, di ciò che lascia, per definizione, senza parole. Fra tutti i sentimenti, poi, proprio l’amore, il più (de)cantato, blasonato, ripetuto e masticato, è in assoluto l’emozione più problematica da descrivere, senza cadere nelle più becere banalità o nell’idealismo

Una adolescente si innamora di un’affascinante ragazza di qualche anno più vecchia di lei e vivono una storia d’amore incredibilmente potente e totalizzante. Finché, per un tradimento (da poco), la storia finisce, lasciando la protagonista nel disperato rimpianto e con il lavoro come unica ancora di salvezza. La storia è semplice, anche troppo; la sessualità della coppia in discussione è una “complicazione” di poco rilievo. Eppure La Vita di Adele è capace di durare circa tre ore, senza offrire neppure pochi minuti di noia allo spettatore. Perché?

L’innamoramento sarà capitato a tutti. Quando si è innamorati i contorni del mondo sfumano. Dall’esterno possiamo sembrare svagati, distratti, eppure l’attenzione non è assente, è deviata verso l’oggetto del nostro tendere, che è per noi presente in ogni momento. La percezione del tempo e dello spazio ne risulta necessariamente alterata. Il regista Abdellatif Kechiche decide di seguire lo spaziotempo della giovane protagonista, in una visione completamente soggettiva, portandoci ad innamorarci di lei (probabilmente innamorato lui stesso). Il gioco è doppio: seguiamo la distorsione dello sguardo tipica un innamoramento, quello di Adele, e siamo noi stessi portati, col nostro sguardo, ad innamorarci di ciò che guardiamo, sopportando così il tempo dilatato.

La telecamera a mano (che certo aiuta!) segue costantemente la splendida Adèle (nella vita e nella finzione) Exarchopoulos, centrandosi quasi ossessivamente su primi piani della ragazza, che impariamo a conoscere fin dalle prime scene: come gioca coi capelli, come tira su col naso. Non sono, però, primi piani tipici, perché non centrano il viso sulle caratteristiche che più tipicamente siamo portati ad osservare. Adele non ha mai gli occhi al centro dello schermo (chi disegna sa che gli occhi sono, approssimativamente, il centro dell’ovale della testa), come invece più frequentemente accade con la sua compagna, Emma. Ciò che più risalta dell’attrice ventenne è la bocca. Una bocca deliziosa e sensuale, ma soprattutto capace di esprimere meglio di qualunque altra parte del corpo lo stato d’animo della ragazza. Pare (ma mi piace pensare che sia già leggenda) che il regista abbia scelto Adèle per il ruolo della protagonista solo dopo averla vista mangiare. La bocca di Adele è la chiave per accedere alla sua vita ed il mezzo con cui lei vive nel mondo.

Troppo spesso si dice che gli occhi sono specchio dell’anima, ma noi siamo prima di tutto uomini, quindi corpi. Siamo materia che pensa e che vive, l’anima è un concetto nato a posteriori, prescindendo dalle credenze di ciascuno. Kechiche indugia sulla bella bocca di Adele per tutto il film: la osserviamo mangiare spaghetti, pulirsi le labbra sporche di sugo col dorso della mano (Feuerbach  diceva che l’umo è ciò che mangia, no?), piangere mangiandosi le lacrime ed il muco del naso reso liquido dalle lacrime, mangiare una barretta di cioccolato per consolarsi. La bocca di Adele è la sua capacità di vivere la vita fino in fondo, di assaporarla come un piatto di spaghetti, di immergersi fino in fondo, senza alcuna ancora di salvezza, nelle esperienze. Adele vuole formare le giovani menti, insegnando in un asilo; preferisce il kabab alle ostriche di Emma; cucina ma non conosce l’arte. Questo la rende, forse, il personaggio più vivo che il cinema francese abbia visto negli ultimi vent’anni. Come quando Truffaut decise di mettere vomito e mestruo ne Le due Inglesi (versione più sincera e reale del trittico di Jules e Jim, ma forse per questo meno riuscita) noi guardiamo e ci innamoriamo di una ragazza vera, con la quale possiamo immedesimarci, colta nel momento di passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta, mentre il suo cuore si riempie e poi si svuota, forse per non colmarsi del tutto mai più.

Non troppo convinta dalle relazioni coi ragazzi, Adele incontra Emma e si innamorano perdutamente, librandosi in una estasi di piacere fisico e spirituale. Emma è più grande e più colta della protagonista, vive in un ambiente diverso, a cui Adele non apparterrà mai, e guida la sua giovane compagna, insegnandole a vivere. Il percorso di maturazione deve passare anche attraverso la rottura, la separazione e la perdita di ogni cosa. Le ragazze si ritroveranno, cambiate, con la necessità di guardare al passato senza rancori (benché ancora con desiderio e, per Adele, anche amore). La recitazione è lasciata a due attrici di straordinaria bravura, quali Léa Seydoux (nota anche al pubblico non francese, tra le altre cose, per Midnight in Paris) e la giovanissima, quasi esordiente, Adèle Exarchopoulos. A tratti sembra quasi che il regista sparisca, lasciandole libere di riempire lo spazio scenico come meglio preferiscono, con la naturalezza delle espressioni della bocca e degli occhi, che giustamente sono rappresentativi di Emma, più intellettuale e distaccata. Il regista conclude così il suo trittico di ricerca sulla femminilità, iniziato con Cous Cous e con Venere Nera.

Il gusto del nudo richiama The Dreamers di Bertolucci, soprattutto quando Adele posa come modella per la sua compagna. Le scene di sesso (da alcuni criticate) sono tante e lunghe, ma percorse sempre da un’attenzione estremamente distante dal voyerismo e dalla voglia di colpire lo spettatore. Ancora una volta, sono i primi piani a dominare le sequenze e le capacità conoscitive della bocca. Le labbra sfiorano prima delle mani: per conoscere bisogna baciare, mordere, leccare, prima ancora di toccare (non a caso la scena al bar, quando si ritrovano, ruota intorno a questo, al gusto come senso primario e anteriore agli altri). Quando la telecamera si allontana dai volti, prevale un senso di armonica simmetria, molto distante dalla morbosità di cui il regista è stato accusato. La stessa simmetria pervade tutta l’opera, con scene speculari (le cene dalle due famiglie) e parallele: il film si apre e si chiude con la stessa inquadratura di Adele che cammina, vista di spalle. La sequenza iniziale, però, inquadra un’adolescente che deve correre per prendere il bus che sta perdendo; il finale segue una giovane donna che sente che “il cuore ha qualcosa in meno”, come dice Marivaux all’inizio del film, ma cammina sicura, senza fretta, verso il suo futuro.

Paradossalmente (in realtà, però, non stupisce affatto), le recensioni più severe sono giunte da parte di critici del mondo LGBT ed anche l’autrice della graphic novel a cui il film si ispira (Il Blu è un colore caldo), dichiaratamente omosessuale, lo critica aspramente. La ragione è che spesso cadiamo vittima proprio di quei pregiudizi che sono rivolti contro di noi. La vita di Adele è criticato perché non è un film che parla di amore omosessuale e sfiora solamente i temi “classici” del rifiuto sociale e familiare (distante, in questo come nel finale, dalla graphic novel). Adele non si sentirà mai lesbica, si troverà sempre a disagio negli ambienti gay: vive il gaypride come una festa in cui ballare per strada, come una manifestazione studentesca; i bar gay la lasciano quantomeno perplessa (con una vena di ironia nei confronti dello stereotipo omosessuale). Adele sarà sempre e solo se stessa, per tutto il film, in un processo di autodeterminazione e costruzione della propria identità che prescinde dai modelli e dal politically correct (perché sì, anche l’omosessuale vive un proprio politicamente corretto di appartenenza ad un gruppo). Ciò che nelle suddette critiche è visto come un elemento svalutante, a mio avviso è il fulcro dell’incredibile forza del film: non parla di amore etero o omosessuale, parla di Amore. Dell’unico amore che esiste, di respiro universale, vissuto con tutte le energie e la disperata forza, con tutte le lacrime e le risate necessarie. Quanti altri “amori” esistono?

Alessandro Pigoni

 

Titolo: La Vie d’Adele
Anno: 2013
Regia: Abdellatif Kechiche
Durata: 170 minuti
Interpreti: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos

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4 thoughts on “Cet obscur objet du désir

  1. Grazie per la bella recensione! 🙂 Sono stata molto felice quando ho letto che l’argomento di questa edizione sarebbe stato “La vita di Adele”; ho letto il fumetto e visto il film, e ancora ci stavo rimuginando sopra.
    Volevo solo fare un paio di osservazioni per quanto riguarda l’ultimo paragrafo.
    La prima è solo una mia impressione: il film dovrebbe raccontare l’autodeterminazione di Adele, ma il risultato mi pare più un “la protagonista si lascia trascinare dagli eventi e si lascia determinare da essi”; probabilmente ha contribuito a questa impressione anche il fatto che nel film non compaiano i dialoghi con Valentin, che nel fumetto avevano proprio il ruolo di palesare il percorso di crescita della ragazza.
    In secondo luogo spezzo una lancia a favore delle associazioni per quanto riguarda le critiche sulla scelta del regista di renderla una storia di amore universale. Se posso portare il mio esempio, ho letto e “vissuto” l’opera di Maroh, ci ho rivisto la mia storia, che è fatta sì di un amore più grande di quanto potessi immaginare da piccola, ma anche di tante difficoltà. Anche nel mondo che cerco di costruire “ci si innamora di chi ci si innamora”, ma altre persone me lo hanno reso complicato, assolutamente non spontaneo come Kechiche ci mostra. Rivedere nella protagonista gli stessi mal d’essere, gli stessi rapporti con i compagni di scuola e la famiglia, ha qualcosa di catartico, che credo molti si aspettassero di ritrovare anche sulla pellicola. Ecco, se devo trovare una critica seria al film è che manca la catarsi, e dato che la storia originale ricalca il vissuto medio di tanti finisci di vederlo con l’amaro in bocca, tanto che vorresti correre a rileggere l’opera originale.

  2. Innanzitutto ti ringrazio per il commento, spero sempre di essere in grado di suscitare un minimo di dibattito e ti invito a continuare questa discussione, qualora tu ne avessi voglia. Rispondo molto volentieri a questi tue osservazioni, che colgono, soprattutto la seconda, aspetti fondamentali.
    Per quanto riguarda l’autodeterminazione non credo che venga meno solamente perché in una relazione c’è una metà più forte e una più debole. Per quanto riguarda Adele, questo è il suo problema. Ciononostante intraprende una carriera che Emma disapprova (anche se non apertamente), per una questione “sociale”: per una figlia della Upper-Class l’insegnante è un lavoro poco stimolante (ricorda che siamo in Francia: fuori dal nostro piccolo mondo italiano solo i figli dei ricchi borghesi si possono permettere di fare arte o filosofia all’università, perché non necessitano di lavorare, sono mantenuti, ma non solo: in Francia le materie umanistiche sono importanti come formazione nei futuri quadri dirigenti. Da noi è l’opposto, non credo di dire cose assurde: i figli della classe sociale più ricca fanno economia, legge ecc..). Adele, invece, pragmatica figlia di lavoratori, è interessata a formare le giovani menti perché capisce che solo la passione per quello che si fa può trasmettere passione. Proprio nel lavoro, in questa sua passione, troverà riscatto. La maturazione, poi, viene molto bene riflessa dalla progressiva chiusura delle inquadrature e degli ambienti: man mano che la storia naufraga, gli spazi aperti cedono il passo alle stanze chiuse, sempre più piccole. È questo il percorso di Adele, che deve imparare ad affrontare il dolore e qualcosa di più: deve imparare a bastare a se stessa. Non concordo con te, dunque, nel dire che si lascia trasportare dagli eventi. Sceglie deliberatamente da quali eventi farsi trasportare. Questa è autoaffermazione e ricerca della propria identità.
    Non sono d’accordo con te neppure sul secondo punto. O meglio, ritengo la scelta del regista un merito, a differenza tua. Il motivo è che in una storia come quella narrata dal film posso riconoscermi anche io. Tutti abbiamo vissuto una storia potente finita a rotoli; non tutti abbiamo vissuto il rifiuto della famiglia e l’allontanamento dei compagni di classe. Kechiche poteva forse fare un film di maggiore impatto “sociale”, ma ha preferito (a mio avviso correttamente) dimostrare che si può parlare d’amore senza fare retorica, senza commiserare il povero reietto. Dando, cioè, il giusto peso alle cose in un mondo che troppo spesso si lascia trasportare da patetici pietismi, senza in realtà fare alcunché. Cosa c’è di più rivoluzionario che l’affermare che è tutto normale? Così normale che non serve ricordare quanto sia difficile per una coppia omosessuale, perché è difficile per tutte le coppie; perché tutte le coppie vivono lo stesso sentimento. In questo faccio anche una critica ad una certa parte del mondo LGBT (ma che esprime un sentimento comune a molte cosiddette “minoranze”), che ha la tendenza a volersi considerare a tutti i costi qualcosa di diverso, di altro. Kechiche afferma potentemente che non c’è altro, che esiste un solo amore, una sola maniera di affrontarlo (con se stessi, completamente), una sola maniera per superarlo dopo le lacrime, che scendono ugualmente sulle guance di tutti. Io trovo che il messaggio sia molto forte. Più forte della graphic novel, che ho letto. È una bellissima opera grafica, ma ha la tipica pecca dei libri “adolescenziali” (perdonami il termine, non riesco a trovarne uno migliore): i vari Norwegian Wood, Lupo della steppa, Catcher in the rye: quello di prendersi troppo sul serio. E di terminare, dunque, in tragedia. Fortunatamente la vita ci prende meno sul serio di quanto noi stessi crediamo. Kechiche ha fatto questo: ha preso un’adolescente che diventa donna e le ha infuso la vita. Quella vera, non quella dei libri.

    Spero di averti dato qualcosa su cui pensare, ma soprattutto spero che tu non sia d’accordo con me e che, anzi, tu sia disposta a continuare questa discussione!

    Alessandro

    • Grazie per la risposta!
      Di nuovo divido il mio discorso in due parti, per cercare di dargli una parvenza di ordine.
      Per quanto riguarda il tema della crescita e dell’autodeterminazione: capisco il tuo punto di vista e in sostanzialmente lo condivido, sono io ad essermi espressa male dato che il punto della mia osservazione era un altro (del resto, si capisce perché sei tu lo scrittore 🙂 ). Neanche io credo sia una mancanza di autodeterminazione essere la parte “debole” della coppia, anche perché resto convinta che il vero funzionamento della stessa sia noto solo agli interessati: raramente l’impressione di chi sta fuori corrisponde alla realtà degli amanti. Intendevo dire che a mio parere il regista ha lasciato un po’ troppo spazio alle emozioni delle attrici (il che è comunque un punto di forza del film) e non ha esplicitato il percorso di Adele. Hai ragione, tutto viene rappresentato anche dalla scelta delle inquadrature, ma è appunto questo che resta: la palpitazione della passione, poi l’apatia, la rassegnazione delle lacrime, l’accettazione delle conseguenze delle proprie scelte. Probabilmente sono io che ho bisogno che le cose mi vengano dette più esplicitamente, ma mi è parso sminuente nei confronti della protagonista la scelta di non farle quasi mai esternare anche verbalmente i suoi stati d’animo, le tappe della costruzione di quella consapevolezza così lampante nel finale.
      Per quanto riguarda la seconda parte di considerazioni mi hai dato materiale su cui riflettere, spero di riuscire a scrivere una risposta sensata nei prossimi giorni, con più calma.
      Grazie ancora
      Laura

    • Eccomi qua! Seconda parte 🙂
      Non credere che io stia criticando il film “perché non è abbastanza lgbt”. Come ti ho detto condivido in larga parte la tua recensione, ma ho il vizio di quasi tutti i lettori che amano troppo un’opera: mi aspettavo una versione più fedele alla storia originale. Il regista ha proprio stravolto la trama di Maroh, l’ha trasfigurata; probabilmente è un limite mio, che leggendo che il film era ispirato alla graphic novel mi sono costruita determinate attese.
      A prescindere da questo, una nota sull’universalità dell’amore. Di nuovo mi trovi sostanzialmente d’accordo, e capisco come un taglio come quello del film renda il messaggio estremamente fruibile anche per chi non è una ragazza francese lesbica; sotto questo punto di vista mi rendo conto di come La vita di Adele sia un potentissimo strumento proprio a favore della causa lgbt, e più in generale della causa umana. Solo che la mia idea di cinema è di un ponte tra mondi, di qualcosa che ti faccia conoscere e ti spinga a cercare di capire qualcosa di diverso. Chiaro che l’amore è universale e ogni storia d’amore alla fin fine brucia degli stessi sentimenti, ma ad esempio Romeo e Giulietta è così potente anche perché passa attraverso la difficoltà sociale, e ti insegna che questa ostilità sociale non è altro che una delle mille forme dell’incapacità di empatia, e che l’amore invece ci rende liberi e completi. Certi film ti danno una chiave per interpretare elementi che senti come estranei e incomprensibili alla luce di ciò che invece conosci, altri ti forniscono un punto di vista a cui mai avresti pensato su un tema che ritenevi chiaro e consolidato; sono i generi di film che preferisco, probabilmente è per questo che ci sono rimasta un po’ male davanti a una pellicola che mette a nudo tutta la forza e la verità dei sentimenti, ma non si fa domande sulla loro natura o sulla loro cornice.
      Concludo dicendo che sì, spesso le “grandi opere pseudo-adolescenziali” si prendono troppo sul serio e finiscono tragicamente, ma che la tragedia in se’ è un potente veicolo di comunicazione. (Con questo non intendo dire che tutti gli psicodrammi più o meno famosi siano delle grandi opere…) Anche perché la nostra vita è spesso piena di difficoltà, che si manifestano sotto forme diverse per ognuno, e non sempre finisce bene. Credo che la causa principale sia la consapevolezza (o il credere) di non essere amati; ti porto il caso lgbt, ma sai che vale per ogni situazione. Nel fumetto Adele subisce il trauma di essere cacciata e abbandonata dai genitori, per poi riviverlo quando è Emma a buttarla fuori casa; si butta così negli antidepressivi, causa materiale della sua morte. Ecco, sono nati progetti come quello di “It gets better” proprio per supportare tutti i ragazzini che sentono questa mancanza di amore, che entrano in depressione, che vogliono morire, per fargli vedere che le cose non devono stare per forza così e che possono migliorare la propria vita. Gli adolescenti sono i primi a prendere tutto troppo sul serio, ma spesso la crudeltà umana è davvero avara di amore e le persone a cui questo capita ne soffrono: si possono raccontare queste situazioni anche senza cadere nel pietismo, anzi si dovrebbe; mi guarderei bene dal generalizzare davanti al dolore.

      Ultimissima nota sulla tua osservazione riguardo alle minoranze. Storicamente c’è stata la necessità di presentarsi come diversi per rivendicare il diritto di esistere, dato che si cercava di risolvere il “problema” delle devianze dalla media semplicemente fingendo che non esistessero. Nel momento in cui è passato il messaggio che le persone “diverse” esistono come tali, e sono persone e non alieni, lo scopo delle associazioni è stato di fare capire che la “diversità” non è altro che una variante della “normalità”: le persone nascono alte, mancine, transgender, introverse, bionde, down, omosessuali. Dire che siamo tutti uguali è una forzatura e spesso solo un pretesto per opporsi alla piena realizzazione di tutti, per quanto molti la facciano in buona fede: non esistono due persone uguali, ma tutte le persone hanno uguale dignità. Questo è il genere di “normalità” per cui si battono quasi tutte le associazioni dei “diversi” oggi; poi ovviamente la gente scema c’è ovunque, la statistica non risparmia nessuno! 🙂

      p.s.: Perdonami se non ho il dono della sintesi, e faccio pure un po’ schifo nell’organizzare i concetti…tu scrivi:
      “Cosa c’è di più rivoluzionario che l’affermare che è tutto normale? Così normale che non serve ricordare quanto sia difficile per una coppia omosessuale, perché è difficile per tutte le coppie; perché tutte le coppie vivono lo stesso sentimento.”
      Ecco, è difficile per tutte le coppie, ma per motivi molto distanti tra loro: se io non vivo certe difficoltà magari non mi pongo nemmeno il problema che esistano. Personalmente trovo più stimolante una situazione, una persona o un’opera che mi dia uno spunto per conoscere e iniziare a comprendere qualcosa che ignoravo o snobbavo, dato che acquisirne consapevolezza va ad incidere anche sulla mia vita, piuttosto che una fuga nella pura rappresentazione dei sentimenti.

      Fammi sapere se ho detto troppe scemenze 🙂
      Laura

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