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Amore Fuorilegge


 

E’ un viaggio singolare quello che ho scelto di fare oggi. Sto facendo scorrere gran parte del mappamondo sotto il filtro di una mappa “speciale”: quella del Rapporto Annuale 2013 di Amnesty International sui Diritti LGBT. Un viaggio figurato ma incredibilmente reale.
Parto dalla Russia, dove nel gennaio 2013 è stata promulgata una legge che punisce la “propaganda dell’omosessualità tra minori”. L’obiettivo, probabilmente, è di usare questo escamotage per stigmatizzare ogni genere di comportamento LGBT. Mi sposto poi in Turchia dove la legge e le usanze si basano sul concetto di discriminazione, in primis per le donne transgender. Nel 2009 cinque sono state uccise. Passando per Albania, Estonia, Lettonia, Ungheria, Grecia, Lettonia e Slovacchia, invece, scopro che le persone LGBT non possono nemmeno esprimere liberamente il loro orientamento sessuale.

Più pesante ancora è la situazione in Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Yemen, Nigeria e Somalia dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti con la pena di morte. Vi consiglio davvero di dare un’occhiata a questa cartina pubblicata dal Guardian che potete consultare cliccando QUI. Ora, infatti, vorrei tornare in Italia per raccontarvi una storia.

Ritorno all’Italia regina di bellezza ma non di diritti. L’Italia dove una grave lacuna legislativa rende le vittime di reati di natura discriminatoria basati su orientamento sessuale e identità di genere diversamente tutelate dalle vittime di reati causati da altre tipologie di discriminazione. In Italia, dove nell’ottobre 2013 Simone, uno studente di ventun anni, si è tolto la vita gettandosi dall’undicesimo piano di un edificio. Lascia queste parole appuntate: «Sono gay. L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza».

Simone non è il solo. Lo so. E non possiamo nemmeno sapere di cosa sia stato realmente vittima. Però è il caso che mi ha fatto più riflettere. La prima reazione è stata un misto di rabbia e indignazione. Poi mi è venuto spontaneo chiedermi: ma cosa ha provato Simone davvero? Già, perché non possiamo pretendere che lo Stato si ritenga responsabile delle debolezze di una persona, sulle quali non voglio e non posso indagare, ma del clima e dell’aria che si respira sì. L’omofobia è un estremismo… Ma la normalità, consolatoria e accogliente, qui esiste?

Pensavo, o meglio, sognavo… E se qualcuno avesse fermato la disperazione di quel ragazzo, un giorno Simone sarebbe cresciuto anche lui. Si sarebbe innamorato, come probabilmente sognava. Un giorno, forse, avrebbe addirittura deciso di sposarsi. Ma non avrebbe potuto farlo qui. Sarebbe dovuto andare magari in Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese ad approvare una legge sul matrimonio civile per le coppie gay dando identici diritti e doveri delle coppie etero. Oppure in Belgio, dove il matrimonio gay esiste dal 2003. O, ancora, in Francia dove il 29 Maggio 2013 è stato celebrato il primo matrimonio a norma di legge.

Simone avrebbe anche potuto (o dovuto, ça va sans dire…) scegliere di cambiare continente, emigrando in Argentina, il primo Paese latinoamericano ad autorizzare il matrimonio gay dal luglio 2010. Oppure in Canada dove le unioni omosessuali sono consentite dal 2005. Quello che è chiaro è che non avrebbe potuto legalizzare e tutelare il suo amore in Italia. Nel suo Paese natio. Nell’Italia che è Terra ma non Madre, se ti rigetta. Perché solo di tutela si tratta. L’amore (r)esiste anche e soprattutto senza carte. La vita, però, cambia i destini e le sorti e se un giorno chi ami avesse bisogno di te, potresti non essere autorizzato a stargli accanto. Non è una legge a cambiare le situazioni: qui è una mentalità intera che deve cambiare. O meglio, crescere. Di certo, però, una forma di tutela sarebbe un grandissimo punto di partenza per educare alla bellezza della differenza.

Non tutti i Paesi sono uguali: lo abbiamo visto all’inizio; ma alcuni, forse, sono davvero migliori. Cosa c’è di male, dunque, nell’adeguarsi ad una forma di tutela civile?

Queste poche righe non vogliono essere una strumentalizzazione del caso di Simone ma una riflessione che il suo gesto e quello di tanti altri mi ha suscitato. Anzi, queste righe voglio proprio dedicarle a lui, perché non riesco a non pormi alcune domande a cui non potrà mai rispondere.

A Simone, quindi,
perché vorrei poterti chiedere se in un altro Paese sarebbe andata ugualmente così.

Gabriele Zagni
 

 

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