Action/Literature/Sound/Travel

The Roaring Twenties


 

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’ascesa del gigante Americano era soltanto agli inizi. Sulla scena politica internazionale, mentre l’Europa andava cercando di ricomporsi tra le macerie, gli Stati Uniti godevano di uno straordinario sviluppo economico, registrato nel Paese grazie da una parte all’immagine del “sogno americano” che andava diffondendosi nel Vecchio Continente e dall’altra al cosiddetto taylorismo, volto alla massimizzazione della resa.

Su questo terreno fertile e apparentemente concreto, si sviluppò una società tanto ricca quanto contraddittoria: i beni di consumo crescevano a numeri mai visti prima, coinvolgendo strati della popolazione che fino ad allora non avrebbero nemmeno potuto sognarli. Erano gli anni in cui la democrazia si faceva strada a suon di proteste femminili, capitanate dalle Flappers, giovani donne indipendenti e audaci: la sigaretta in una mano e il diritto di voto nell’altra. Edonismo e proibizionismo dettavano legge, ognuno la sua.

Erano gli anni in cui la società americana si cullava in un consumismo sfrenato, in una voglia indicibile e lampante di gettare nell’oblio più profondo la disillusione causata dai traumi della Prima Guerra Mondiale. Erano gli anni in cui gli Americani si rifugiavano nel materialismo delle automobili e delle collane di perle, nell’ascesa del cinema e nell’irrequieto stile di vita egregiamente impersonato da Jay Gatsby, che divenne l’emblema di un’epoca. Era l’età d’oro del jazz, di quel ritmo pulsante e vivo di cui Gershwin era maestro. Basta chiudere gli occhi per immaginarsi in una qualsiasi delle strade di New York degli anni Venti, rincorsi da una melodia jazz che si fa colonna sonora dell’American Dream e ne incarna lo spirito nel suo esprimere l’energica corsa al progresso, rispecchiandone i profondi contrasti della cultura americana musicale e sociale.

Uno degli aspetti più curiosi degli anni Venti è che la culla della letteratura e dell’arte Americana non era New York, non era Los Angeles e nemmeno Chicago: divenne Parigi. Immaginateveli tutti lì, tutti quanti insieme, Ernest Hemingway, Ezra Pound, Pablo Picasso e tanti altri celeberrimi artisti, tutti quanti ospiti della scrittrice Gertrude Stein, che divenne mentore di un’intera generazione. Ve lo ricordate lo sguardo attonito di Owen Wilson in Midnight in Paris quando Woody Allen lo fa volare indietro nel tempo, al numero 27 di rue de Fleurus? Ecco. (L’invidia, brutta bestia, ndr)

E proprio quando il “ruggito” degli anni Venti riecheggiava nel continente e pareva all’apice della sua potenza, eccolo lì, come di consueto, il risvolto della medaglia. Esattamente come la bolla finanziaria che fece tremare Wall Street e l’America tutta in quel famoso “giovedì nero” dell’ottobre 1929, ecco che l’irrefrenabile impulso vitale del decennio fu quietato dalla materialità dell’esistenza: la Grande Depressione era alle porte.

Forse fu il prezzo da pagare per aver sfidato così sfrontatamente un decennio, come a bordo del monoposto di Lindbergh, in volo verso l’irraggiungibile modernità.

Francesca Bianchi

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