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Implumi piccioncine


 

Nel Novecento – e forse non solo – lo spirito di un’epoca è stato spesso interpretato, oltre che dai fermenti culturali ed artistici, anche dai mutamenti nei costumi, nella moda, nella maniera di esprimersi con il proprio corpo. Questo negli anni Venti ha significato per le donne la progressiva adozione di uno stile che solo qualche anno prima sarebbe stato impensabile, e su cui conviene soffermarsi per comprendere qualcosa in più di quegli anni ruggenti e folli in cui tutto, almeno per un po’, è sembrato possibile.

Prima dell’inizio della Grande Guerra, le “ragazze Gibson”, chiamate così perché ispirate ai disegni dell’illustratore Charles Gibson, rappresentavano il maggior ideale di bellezza, con i loro capelli lunghi, l’aria fragile e allo stesso tempo voluttuosa, e naturalmente dritte e rispettabili gonne sotto il ginocchio. Con l’avvento della guerra i giovani uomini furono scaraventati lontano dalla società civile ad affrontare la realtà infernale delle trincee, mentre le giovani donne entravano aggressivamente nella forza lavoro; per questo, una volta finita, né gli uni né le altre furono più in grado di (o forse vollero) tornare alle vecchie regole come se nulla fosse accaduto: il terreno fertile dal quale sarebbero nate le Flapper era pronto.

“Il dizionario mi ha aperto gli occhi definendo la parola come l’uccellino pronto per volare, ma ancora nel nido, che tenta invano di spiccare il volo quando le sue ali contano ancora soltanto penne in formazione; e allora ho riconosciuto che la genialità del gergo aveva reso l’implume piccioncino il simbolo della gioventù femminile in erba”.

Così, nel giugno del 1922, il giornalista Stanley Hall di Atlantic Monthly descriveva il termine Flapper, apparso per la prima volta in Gran Bretagna dopo la fine della prima Guerra Mondiale e da poco approdato anche sulle sponde opposte dell’oceano. Le Flapper erano giovani e sfrontate: fumavano, bevevano, danzavano fino allo sfinimento e, of course, votavano. Non aspettavano di essere fidanzate ufficialmente per farsi vedere con un uomo, sollazzandosi col mito virgineo del nubilato, né si perdevano alcunché d’interessante solo perché magari era stato sino a quel momento prerogativa maschile. In poche parole, avevano deciso di godersi la vita.

L’immagine delle Flapper rappresentò un cambiamento radicale, assolutamente scioccante nella moda e nei costumi femminili: praticamente tutto fu tagliato, reso leggero e pratico in modo da rendere semplici i movimenti e poter ballare a ritmo di jazz. Le donne volevano conquistarsi le libertà maschili, e mentre alcune organizzavano comizi e si facevano arrestare, altre, con un metodo più soft, indossavano i pantaloni. Vestirsi à la garçonne significava avvolgere il seno con strisce di stoffa strettissime per appiattirlo, indossare abiti con la vita scesa fino alla linea dell’anca o alzare l’orlo della gonna in modo che, camminando con un po’ di vento, si potesse osservare il ginocchio – voi sorriderete, ma era davvero una cosa da pazzi all’epoca!

Queste ragazze licenziose e impertinenti non si fermarono: le Gibson andavano fiere dei loro capelli lunghi, morbidi e lucenti? Loro li tagliarono. Corti. Molto corti – appena sotto le orecchie: il celebre bob che ha poi avuto notevole fortuna e sfidando le decadi è approdato, in versione lunga, ai giorni nostri, tra le proposte più attuali. Cominciarono anche a truccarsi vistosamente, una cosa che fino a quel momento era stata appannaggio delle donne dai facili costumi – appunto. Rossetti, eye-liner e ciprie divennero molto popolari: d’altronde, non a caso un’altra interpretazione del termine flapper indica l’origine del nome nel flap flap di ciglia sapientemente truccate e voluttuosamente sbattute.

Lo stile di quegli anni è stato interpretato da molti, ma creato essenzialmente da una: Mademoiselle Coco Chanel. La couturier francese, di cui Vogue nel 1926 scrisse “ha creato la nuova uniforme della donna moderna”, inventò i tailleur, costituito da giacca maschile e gonna dritta o pantaloni, estese l’uso di un materiale come il jersey (confinato sino a quel momento alle sottogonne) ad un gran numero di tipi di vestiario, e impreziosì il collo femminile attorcigliandogli attorno fili e fili di perle, finte naturalmente. La linea della Flapper numero uno, insomma, si basa su una ripetizione di modelli simili di cui però cambiano i dettagli o il disegno dei tessuti, a testimonianza del suo credo: “la moda passa, lo stile resta”.

Ciò che è affascinante di questa decade, quasi un secolo dopo, è la estrema modernità di una generazione che non ha temuto di spingersi oltre i limiti sino a quel momento imposti per conquistarsi un nuovo modo di vivere, e la determinazione di moltissime donne che si sono inventate un modo diverso di vestirsi per sancire la propria emancipazione. Ed è molto meno effimero di quel che sembra. Flap, flap.

Ginevra Ripa

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