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Il doppio


 

“Doppio”. Duplice. Due volte la quantità o l’ente considerato.
Ma non solo.
Il doppio rappresenta il raddoppiamento di una realtà, che lascia intravedere l’incertezza e l’ambiguità del concetto.

Alcuni critici letterari ritengono che a spingere l’uomo verso la doppiezza sia stato il “riscontro con i tempi”, quasi che il doppio fosse una costante antropologica, che prescinde dall’epoca storica vissuta.
E, riflettendoci, viene il dubbio che lo sia davvero.
Penso al Principe di Machiavelli, costretto ad essere in bilico tra crudeltà e magnanimità; al dualismo di Ariosto, intrappolato tra l’essere e il dover essere, tra l’ambiente cortese e la campagna. E, naturalmente, penso anche a Il ritratto di Dorian Gray, il capolavoro di Oscar Wilde, in cui il concetto di doppio costituisce il fulcro del romanzo, da una parte in termini estetici (tra il ritratto e Dorian stesso) e dall’altra quale componente intrinseca all’umana natura.

E, perché no, ripenso a Pirandello, che a proposito della doppiezza umana, allude persino ad un mondo di maschere. Del resto, quale miglior rappresentazione concreta di questo “mondo di maschere” se non il teatro stesso? Non a caso, infatti, senza soluzione di continuità dall’arte teatrale, nemmeno il cinema è avulso dal tema: vi ricordate American Psycho di Mary Harron? Ecco, ripensate alla scena in cui Christian Bale si toglie la maschera per il viso. Non è forse specchio dell’umana doppiezza, perno dell’intera pellicola?

Se da una parte l’uomo non può seguire il suo istinto, inteso nel significato latino di furor, ovvero ciò che a detta degli antichi ci sia di più antitetico rispetto alla ratio; dall’altra è portato a seguire quelle costanti della natura umana che ne ispirano sempre i comportamenti, indipendentemente dall’epoca considerata. Del resto, che il doppio sia sempre una fonte arricchimento e di scoperta è ben noto chi fa musica e scopre, in una collaborazione, la nuova linfa per la sua opera: pensate a Texas Flood, disco del 1983 nato dalla celebre collaborazione tra Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble.

E’ dunque il dualismo (non solo nell’accezione negativa del termine) un denominatore comune dell’umana specie?

Io credo proprio di sì. Anzi, talvolta si parla perfino di “molteplicità” intrinseca, da intendersi come una moltitudine di sfaccettature che creano l’animo umano, senza anche solo una delle quali noi non saremmo più gli stessi. È quindi una sorta di imperativo morale il tentare di indagarsi e di analizzare la propria complessità, per esempio lasciandosi ispirare da opere d’arte, anzi, da opere “socio-artistiche”, come iioo Project di Andrea Riboni. Se il punto di partenza è un concetto classico come quello del doppio, il punto di arrivo è straordinariamente moderno, sia per l’uso di tecnologie come Photoshop e Facebook, sia, e soprattutto, per lo spunto di riflessione che offre.

In un mondo sempre più attento ad esaltare l’apparenza esterna degli individui, come fossero asettici involucri, è confortante imbattersi in un progetto volto all’indagine interiore. E non è forse questa la funzione salvifica dell’arte?

Francesca Bianchi

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