Sound

Double Trouble


 

Un album, due lati. Lo so, lo so: ormai è difficile pensarlo come un oggetto materiale ed è cosa rara averne uno tra le mani, nel qual caso si tratterà molto probabilmente di un compact disc. Figuriamoci quante chances possono restare, su larga scala, ad un ingombrante e delicato disco a due facce in PVC di trenta centimetri di diametro. Per decenni, però, la musica è stata intesa ed incisa in quel modo e così non riesco a non pensarla anch’io, nostalgicamente attaccata alla convinzione che ogni traccia vada contestualizzata nel posticino che le è stato assegnato, che quell’ordine abbia un senso da rispettare (temo di essere affetta da una grave forma di shufflefobia) e che saltando il passaggio del “giro” si guadagni in comodità, ma si perda molto in attenzione e in ritualità.

Un album, due dischi. Perché a volte c’è così tanto da dire che uno solo non basta. Capitava frequentemente in passato – anche e soprattutto per la durata forzatamente limitata che i supporti disponibili (vinile e nastro) offrivano, volendo preservare una certa qualità del suono in riproduzione – quando molte pietre miliari della musica hanno visto la luce in versione doppia, da Blonde on Blonde (Dylan, 1966) a The Wall (Pink Floyd, 1979) passando per Quadrophenia (The Who, 1973). Uscire “in doppio” è presto passato da necessità pratica a espediente concettuale finalizzato a dividere il materiale artistico in due tempi, fino a diventare etichetta (soggetta per sua stessa natura al logorio degli abusi e, in definitiva, allo svuotamento di significato) di qualità o ricercatezza dei contenuti. Ciò che è certo è che il double disc non sembra ancora deciso a tramontare, nemmeno in tempi di crisi del settore discografico, come dimostrano alcuni recenti successi tra cui In Rainbows (Radiohead, 2007) e Reflektor (Arcade Fire, 2013).

Un gruppo, due teste. Quelle delle tante coppie di fratelli, amici, amanti che hanno saputo dimostrare che due sono meglio di uno, rappresentando le colonne portanti di gruppi più numerosi o talvolta costituendo l’intera band – vedi John e Paul, o John e Yoko, a seconda dei tempi e delle preferenze. O i meno noti Double Trouble, al secolo Chris Layton (batteria) e Tommy Shannon (basso).

Una band, due concerti. Sono le occasioni in cui Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble suonano al prestigioso jazz festival di Montreux. La prima, nel 1982, li vede calcare il palcoscenico europeo ancora privi di un contratto discografico (cosa mai verificatasi prima nella storia del festival); la loro performance non viene apprezzata e riceve numerosi fischi da parte del pubblico, spiazzato dallo stile esuberante e concitato del giovane texano. Nonostante il tiepido riscontro, la partecipazione si rivela tutt’altro che vana. Il gruppo viene infatti notato dall’orecchio attento (e sempre un passo avanti) di David Bowie, che vorrà Stevie alla chitarra nel suo imminente e destinato a divenire celebre Let’s Dance! (sì, l’album con China Girl). Ma Bowie non fu il solo a rimanerne colpito, e Jackson Browne, cantautore e produttore dalle mille collaborazioni (per i fan dei Tenenbaums, è l’autore della meravigliosa These Days cantata da Nico) si offrì di prestar loro il suo studio a Los Angeles qualora decidessero di registrare. La seconda volta che si esibiranno nella cittadina svizzera, nel 1985, sarà in veste di ospiti principali e saranno acclamati dal pubblico.

Uno studio di registrazione, due giorni. È il tempo impiegato da Stevie, Tommy e Chris nel 1983 per incidere Texas Flood. Avendo già eseguito dal vivo le tracce molte volte nel corso di numerose esibizioni, si limitano a suonare come se fossero ad un concerto e in quarantottore incidono l’album che avrebbe procurato loro un contratto con la Epic e riportato il blues in cima alle classifiche.

Un album, due tipi di canzoni. L’esordio discografico della band mescola materiale originale ed esecuzioni di pezzi noti. Tra le quattro cover presenti spicca una versione ampliata e rielaborata di un classico come Texas Flood, title-track e tributo a Larry Davis, uno delle fonti d’ispirazione per Vaughan. Tra gli altri ci sono Albert King (con cui avrà l’onore di suonare pochi mesi più tardi in occasione di un live per una trasmissione televisiva che confluirà poi nell’album In Session, e un’altra volta durante la B.B. King & friends night nel 1987), Muddy Waters, Howlin’ Wolf (la sua Tell Me è la terza traccia del disco) ed Hendrix, la cui fluida elettricità pervade lo stile del compatriota bianco. Seguono una movimentata rivisitazione di Testify e una perfetta versione del popolare blues Mary Had A Little Lamb, in cui riecheggia tutto il groove di Buddy Guy. I sei pezzi inediti composti da Vaughan sono però la vera sorpresa, con Love Struck Baby e Pride And Joy (unici due singoli estratti) destinate a diventare presto dei classici a loro volta. Rude Mood lascia spazio a quel tocco così eclettico e virtuoso ma al contempo naturale che avrebbe fatto storia, mentre Lenny corona la breve e densa scaletta con un tono più intimo ed un’esecuzione così intensa da non necessitare parole.

Un paese, due premi. Texas Flood ha vinto due dischi di platino negli U.S.A. (e uno in Canada).

È il 1990 quando l’elicottero che sta accompagnando Stevie Ray Vaughan via dall’Alpine Valley Music Theatre, dove si era appena concluso il suo ultimo concerto, si schianta in un incidente aereo. Tutti i passeggeri muoiono sul colpo.

Eric Clapton, alcuni collaboratori del quale si trovavano su quell’elicottero, ha poi dichiarato in occasione di un tributo a Stevie di averne riconosciuto immediatamente l’enorme talento, raccontando come ne venne a conoscenza per la prima volta. “Ero in macchina – dice – e ricordo di aver pensato: «Devo assolutamente scoprire, entro oggi stesso, chi è questo chitarrista» e non mi capita molto spesso di sentirmi in quel modo per della musica che ho ascoltato. Tre, massimo quattro volte in tutta la mia vita mi sarà successo di essere in macchina e di fermarmi, accostare, solo per prestare attenzione alla radio. Eppure ricordo di aver pensato che dovevo scoprirlo, e non prima o poi, ma subito, appena possibile. Ricordo di essere rimasto affascinato dal fatto che [SRV] non sembrava mai, e dico mai, perso, in alcun modo. Non succedeva mai che si fermasse per prendere fiato, o, che so, facesse una pausa per pensare a cos’avrebbe fatto un attimo dopo. No, [la musica] sgorgava semplicemente da lui.”

Chiara Marchisotti

Foto 1: Tommy Shannon – Stevie Ray Vaughan – Chris Layton – John Hammond (producer)
Foto 2: Albert king – b.b. king – Eric Clapton – Stevie Ray Vaughan

 

Titolo | Texas Flood
Anno | 1983
Artista | Stevie Ray Vaughan and Double Trouble
Genere | blues
Durata | 38:52
Etichetta | Epic Records

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