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American Psycho


 

Pochi temi come il doppio sono stati affrontati con altrettanto interesse nell’arte di tutti i secoli: da Plauto a Dostoevskij, tutte le menti più brillanti della letteratura non hanno potuto fare a meno di parlare dello sdoppiamento dell’animo umano. Con scopo didattico o umoristico, il doppio è stato trattato in tutte le sue sfaccettature, tanto che sembra difficile poterne spremere qualcosa di nuovo; di fronte a nomi sacri come Jung, Ovidio, Oscar Wilde, Pirandello e tanti altri, chiunque avrebbe tentennato. Eppure Bret Easton Ellis con il suo “American Psycho” è riuscito ad inserire nella letteratura contemporanea lo sdoppiamento come reazione ad una vita insoddisfacente; il suo Patrick Bateman, anonimo broker di (pseudo) successo a Wall Street, si affianca dignitosamente all’insignificante Goljadkin deIl sosia dostoevskiano e cerca il paragone con il Mr. Hyde di Stevenson.

American Psycho ci fa entrare con freddezza nella mente malata di un giovane psicopatico, disgustato e ammaliato dalla materialità dei suoi anni, nel momento in cui la sua maschera di  uomo perfettamente e noiosamente normale comincia ad incrinarsi… Sì, stiamo sempre parlando di cinema, ma il film omonimo che porta la firma di Mary Harron è così debole, retto esclusivamente da un pur sempre favoloso Christian Bale, che bisogna necessariamente parlare anche del libro.

Patrick Bateman è un bel giovanotto di ottima famiglia – si intuisce infatti che la sua posizione sia dovuta a un padre di successo più che a qualsivoglia abilità propria – ossessionato dal denaro e dalla bellezza, dai vestiti e dalla droga. Le giornate “lavorative” vengono appena tratteggiate, messe repentinamente da parte dalle frenetiche descrizioni di vita notturna: Patrick and friends vivono di notte, esclusivamente con la complicità delle tenebre riescono a convincersi di divertirsi, naturalmente dopo un consistente consumo di cocaina e alcol nei locali più costosi e alla moda di Manhattan. Tutti, benché dotati di fidanzata-feticcio d’obbligo, tornano spesso a casa accompagnati da affascinanti e perlopiù incoscienti fanciulle, da cui ottenere la dose minima di sesso occasionale richiesto per essere cool: ma le ragazze di Patrick raramente tornano a casa, nel migliore dei casi picchiate a sangue e lasciate magnanimamente andare, nel peggiore legate e torturate con criterio addirittura per giorni; le sventurate creature si rendono conto troppo tardi di essersi fatte ammaliare dal profumo dei soldi.

American Psycho fa rabbrividire di sdegno e puro orrore in ogni pagina, in primis per la fredda follia del protagonista, ma anche per la vita terribilmente vuota di questi businessmen giovani, belli e stupidi: è una potente denuncia al materialismo e alla superficialità che la ricchezza – o peggio, quella non reale ma ostentata, e inseguita pazzamente – può comportare. La scena (non all’altezza delle magistrali pagine) della routine mattutina di Mr. Bateman è il programma della sua maniacale follia: il giovane Christian Bale offre alla macchina da presa il suo corpo palestratissimo come un involucro splendido ma vuoto, che diventa il simbolo di un culto assurdo, cui la nostra nuova era è votata. La maschera di bellezza che si applica ogni mattina e lascia agire durante la sua routine di esercizi, non è altro che una maschera su un’altra maschera, che sebbene attiva e mobile,  per questo viva.

Lo sdoppiamento del protagonista è stilistico nel libro e affidato a Christian Bale e alla sua interpretazione nel film; perfettamente lucido quando parla di musica alle sue vittime – la sua passione per Withney Huston è davvero divertente – o quando descrive minuziosamente le marche e le caratteristiche degli abiti suoi e di chi lo circonda, nella sua follia omicida Patrick si trasforma in una furia sadica, che gode del dolore della vittima, e il suo sguardo cade sempre sulla propria immagine riflessa, sexy e perfetta anche coperta di sangue, , e che gli procura quasi più piacere della sua opera macabra. Eppure ci troviamo, a volte, a parteggiare per lui, a provare un vago moto di solidarietà che somiglia ad affetto, e anche e soprattutto questa sensazione è agghiacciante, e d’insegnamento per il lettore/spettatore: l’essere umano sdoppiato ci affascina e ci risucchia nella sua torbida e sofferente coscienza, permettendoci di cominciare a comprendere la propria logica distorta, e di vedere il mondo attraverso le sue lenti sbagliate (ma chi può dire cosa è giusto o sbagliato? I vaneggiamenti del nostro amico Bateman hanno una certa coerenza condivisibile, come quelli di qualunque eroe/antieroe affascinante e dilacerato).

Il film, come il libro, non ha una morale spiattellata alla fine a chiare lettere: esso stesso è una morale, che bisogna saper cogliere sebbene in apparenza assolutamente chiara; perché come molte opere che tinteggiano a colori forti ma quasi invitanti un mondo spietato e desiderabile (?) (vedi il recente The Wolf of Wall Street) anche American Psycho può in un certo modo affascinare. È proprio dal fascino del denaro, del successo e delle belle donne – da usare esclusivamente come oggetto, in un mondo sempre più cinico e insensibile alla sofferenza altrui  – che sono scaturiti i più grandi personaggi sdoppiati che arricchiscono tragicamente e splendidamente il panorama della cultura.

Valeria Osti Guerrazzi

 

Titolo: American Psycho
Regia: Mary Harron
Anno: 2000
Interpreti: Christian Bale, Jared Leto, Willem Dafoe

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