Literature

Quant’è bella giovinezza


 

“Ognuno vede il proprio peccato in Dorian Gray”, scrisse Oscar Wilde. Il perno attorno cui ruota uno dei più celebri romanzi di sempre è proprio il peccato: apparentemente trattato in ottica sfrontatamente amorale da un sedicente profeta del neo paganesimo, in realtà aderente alla visione cattolica che lo intride di un forte senso di separazione e di perdita e culminante, al termine di un climax ascendente che si snoda lungo tutte le pagine, nel tragico finale. Separazione, appunto. La dicotomia tra bene e male e lo sdoppiamento dell’animo umano non sono però prerogativa religiosa: già la letteratura classica aveva descritto l’angoscia dell’uomo nell’incontro con l’uguale a sé, così strettamente connesso alle sue fantasie primigenie sul Male e sulla morte. E proprio il mitologico Narciso narratoci da Ovidio resta sullo sfondo della vicenda di Dorian Gray, come un antenato triste che inutilmente ammonisce il nobile inglese sul suo destino: entrambi infatti si innamorano della propria immagine – Narciso la vede riflessa in uno specchio d’acqua, Gray nel ritratto amorevolmente dipinto da Basil Hallward – ed entrambi ne vengono traditi. Narciso “quanti baci vani dà alla fronte! Quante volte immerge nell’acqua le braccia per cingere quel collo che gli appare: ma non riesce ad allacciarlo”; e Dorian, che ammira la propria sfolgorante bellezza nel quadro, muta lentamente il suo sentimento man mano che il dipinto si trasforma progressivamente palesandogli tutti i segni di abbrutimento e decadenza cui egli cercava di sfuggire, arrivando ad odiarlo – dunque ad odiare se stesso, o perlomeno una parte di sé. Il doppio diviene allora metafora della natura ambigua e ingannevole dell’esistenza, di un universo insidioso pieno di echi, parvenze, riflessi, inganni impossibili da eludere.

Nel 1890, anno della prima pubblicazione del romanzo di Oscar Wilde, il “disagio della civiltà” che Sigmund Freud avrebbe di lì a poco analizzato era alle porte, e già esigeva il proprio oneroso dazio: una profonda angoscia individuale dettata dalla nuova condizione dell’uomo, scisso, disgregato ed estraniato da una società nella quale ha perso ogni sicurezza ed ogni valore definitivo. C’è un altro Io, rispetto al lontano periodo classico, che affiora affondando le proprie radici nel materiale rimosso, e che mostra tutta la frammentarietà dell’animo: tuttavia, l’antico legame tra il doppio e la morte rimane; e la comparsa di esso, dell’uguale a sé, è ancora portatrice di infausto presagio. Oscar Wilde aggiunge a tutto questo la propria personale paura, diretta conseguenza di un intelletto da sempre al servizio di una teoria del bello e di un Estetismo che avrebbe potuto, secondo lui, riportare il mondo all’età dell’oro: il decadimento fisico. Nella bocca di Lord Henry Wotton – personaggio chiave del romanzo e mentore dello stesso Gray – amatissimo dai lettori o detestato con altrettanta veemenza, Wilde pone una indimenticabile serie di battute di cinico sarcasmo, con le quali ribadisce come la bellezza e la giovinezza siano gli unici due parametri dai quali giudicare qualsiasi persona, qualsiasi vita. Il doppio di Dorian è quindi anzitutto un doppio esteriore, estetico: egli, influenzato dalle teorie del suo amico Wotton, ha fatto un patto diabolico, ed ha ottenuto che il ritratto invecchi preservandolo dall’inevitabile declino che il passar del tempo produce sul viso, sul corpo. Eppure, scorrendo le pagine, ci si rende presto conto che il dipinto rappresenta anche, e forse soprattutto, un doppio morale, interiore e ben più profondo: il ritratto di Dorian Gray è la coscienza di Dorian Gray. Ed ecco che la più frivola delle storie, raccontata nei salotti all’ora del tè e nelle sfavillanti feste mondane della Londra vittoriana, svela un finale poco spensierato: l’oggetto apparentemente benefico diventa persecutore, e più il protagonista tenta di rimuoverlo, più esso  produce una terribile ingerenza nella sua vita, sino a renderlo incapace di liberarsi dai rimorsi che una vita dissoluta e viziosa gli ha procurato. Dalla disperazione e dal senso di impotenza scaturisce l’impeto finale alla distruzione del quadro, ossia di se stesso.

Il De Profundis di Gray e del tentativo di una vita libera dai legacci dell’etica, votata esclusivamente al culto della bellezza, sembra anticipare la sorte dello stesso Oscar Wilde, che attraverso la sua ultima opera, dopo un’esistenza da esteta conclusa in rovina, dispiega sentimenti di dolore, rassegnazione, pietà, e infine fede, nel barlume finale di un’anima vacillante ma desiderosa di purificazione.

E in qualche modo, l’angoscia esistenziale si cheta e il doppio trova una sintesi, riducendosi a uno.

Ginevra Ripa

Forografia in copertina: Marco Mabritto da Il ritratto di Dorian Grey, Teatro Trastevere 2012

 

Titolo: Il ritratto di Dorian Gray
Autore: Oscar Wilde
Editore: Mondadori
Collana: Oscar nuovi classici
Anno: I Edizione Oscar 2003

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...