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La buona novella


 

Si concentra nella profondità psicologica di tre dettagli la bellezza de “La buona novella”, concept album di De André del 1970 tratto dai Vangeli apocrifi, il cui titolo, per scelta stessa dell’autore, doveva esentare da qualsiasi obbligo di introduzione sull’oggetto dei temi trattati.

Il primo vede una bambina rinchiusa sin dall’infanzia nel “grembo scuro del tempio”, tanto da non conoscere neppure l’esistenza dell’estate e da non aver mai visto “il colore del vento”. Già concessa in sposa contro la propria volontà, ormai divenuta una giovane donna “vola” tra le braccia dell’anziano marito quando, tornato quest’ultimo da un viaggio di quattro anni lungo le strade della Palestina, si trova a dover implorare “la tenerezza di un sorriso” per la propria segreta, ma ormai visibile a lei ancora incomprensibile gravidanza.
Il vecchio falegname, che negli anni di distanza ha scolpito per lei una “bambola magra” per restituirle i “giochi lasciati quando i suoi anni / erano così pochi”, avverte il paradosso: intuisce, nell’abbraccio, il profilo della “forma precisa / d’una vita recente”, e insieme sente che qualcosa lo trattiene dall’ovvietà del sospetto (“cercavi il motivo / d’un inganno inespresso dal volto”).
La parola della bambina – dopo aver riferito di un “sogno” in cui un “angelo” l’ha portata lontano là “dove il giorno si perde / a cercarsi da solo nascosto tra il verde” e le ha annunciato “lo chiameranno figlio di Dio – parole confuse nella mia mente”  – “si scioglie in pianto”.
Ed ecco la delicatezza del ritratto psicologico dei personaggi: l’attesa, quasi disperata, di “uno sguardo indulgente” e di un’irrazionale fiducia viene premiata dal gesto comprensivo delle dita dell’anziano “all’orlo della sua fronte”, con la leggerezza affettuosa dei “vecchi” che “quando accarezzano hanno il timore / di far troppo forte”.

Chi ascolta (e chi ascoltava per la prima volta l’album, quando uscì in piena rivolta studentesca) non può e non poteva non chiedersi: ma è davvero l’ateo, corrosivo, dissacrante De Andrè a parlare, anzi a cantare e a volare improvvisamente altissimo, con i colori di una miniatura, sulla discesa di creature celesti, senza cedere alla facile tentazione di alludere ad “angeli” più terreni e a concepimenti meno verginali? E’ il Faber che tre anni prima in “Carlo Martello tornava dalla guerra” si era divertito a svelare, nei difensori della cristianità, i frequentatori (e cattivi pagatori) di giovani prostitute, e che l’anno dopo nella rivisitazione dell’ “Antologia di Spoon River” contenuta in “Non al denaro, non all’amore né al cielo” avrebbe rivestito di echi quasi romantici la battaglia ideologica di un bestemmiatore, tanto da concludere che “dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato”? Lo stesso De André che in “Bocca di rosa” non esitava a dipingere gaudenti sacerdoti che, “fra un miserere e un’estrema unzione”, non disprezzano affatto “il bene effimero della bellezza”?

Il primo ascolto dell’album induce in realtà a tante altre domande: è un De André che si serve coscientemente di temi alti o siamo davanti al caso di un cantautore che, all’apice della carriera, per capriccio intellettuale si mette in gioco con un coraggioso anacronismo musicale per raccontare “soltanto” la storia di personaggi divenuti inconsapevoli protagonisti di un disegno più grande di loro, forzati eroi di un racconto che non potevano comprendere? Se sotto i suoi riferimenti letterari non bisognasse leggere in filigrana un “altro”, avrebbe riscosso tanto successo nei suoi ormai quasi quarantacinque anni di vita un album connotato da un tema così etereo? Da un così dotto rigore nei riferimenti teologici (che, malgrado le numerose “provocazioni” al tema sacro contenute nei testi, valsero all’opera l’inattesa assenza di censure da parte dei bigotti media del tempo e persino una lunga programmazione su Radio Vaticana), come quello che traspare dalla raffinata allusione, nel sogno dell’Annunciazione, a due simboli della futura Passione come l’orto degli ulivi e il vino dell’ultima cena (“poi scivolammo tra valli fiorite / dove all’ulivo si abbraccia la vite”)? Da autentiche sfide alla logica commerciale come le volute citazioni addirittura dallo “Stabat Mater” di Jacopone da Todi?

Evidentemente no, o non soltanto.

In questo risiede il fascino della “Buona novella”. E’ un lavoro che per linea musicale e arrangiamenti non stravolge quanto il cantautore già aveva fatto vedere nei tre precedenti album (“Volume I” del 1967, “Tutti morimmo a stento” e “Volume III” del 1968), ma che per testi non asseconda affatto il gusto dell’ascoltatore moderno, anzi, come tutti gli album destinati a diventare classici, volutamente ne urta frustra le attese con qualcosa di nuovo (e insieme, mai come in questo caso, di antico) che pure, per la sua stessa novità, non si fa più dimenticare. E’ allora facile intuire che anche nella “Buona novella” ci confrontiamo con un De André che, uscendo dalla metafora religiosa, parla al mondo di oggi e, come sempre, canta le contraddizioni della morale comune, le miserie del quotidiano, della fatica di vivere di chiunque, che si tratti di “povero o ricco / umile o messia”.

Così la “buona notizia” (o meglio, la più umana vicenda trattata dai Vangeli apocrifi, ironicamente definiti dall’autore come l’anti “ufficio stampa di Gesù”) diventa il felice spunto per trattare degli emarginati che la velocità del mondo moderno ha lasciato indietro, o, come avrebbe detto De André, degli “ultimi”. Non si esagera infatti nel parlare dell’album, uno dei “più riusciti se non il più riuscito” nella percezione dello stesso De André, come di un “Vangelo visto da sinistra”. Nelle parole che compongono le sue dieci tracce respira lo stesso sofferto impegno sociale di “Tutti morimmo a stento”, la stessa anarchica, violenta insofferenza per i pregiudizi per gli “intellettuali d’oggi / idioti di domani” stigmatizzati ne “Il bombarolo”. E insieme la stessa simpatia umana – solo fino ad un certo punto paradossale – per due tipologie umane apparentemente tanto lontane.

Da un lato, quella di chi si pone contro i dettami dell’ordine costituito fino al rischio della propria vita: qui i condannati a morte che cercano negli occhi altrui un ultimo “ritaglio di paradiso”, i ladroni nella “Buona Novella” come già l’innominato carcerato (o, con parola più elegante, il “prigioniero”) che nella canzone omonima rinunciava alla sua “ora di libertà” e “ripete[va] un’altra volta” a quelli là fuori che, per quanto si potessero credere “assolti”, sarebbero stati “per sempre coinvolti”. Dall’altro lato, la tipologia che comprende le figure di ogni epoca che, come il celebre “pescatore”, davanti alle richieste di chi ha bisogno neppure “si guardano intorno” ma al contrario, con scelta di due immagini che già De André volutamente riconduceva a echi evangelici, versano “il vino” e spezzano “il pane” per chi dice “ho sete e ho fame”. In una parola, un mondo visto come sempre attraverso lo sguardo stanco dei pochi che, superiori alla mutevole etica delle convenzioni sociali, hanno il coraggio di parteggiare apertamente per chi si trova sulla “cattiva strada”.

Di nuovo di emarginazione si parla quando la prospettiva, quasi cinematografica, sulla Passione diventa quella percepita dagli “occhi dei poveri” (“degli umili, degli straccioni”) che, con dignità, sanno nascondere la sofferenza (“piangono altrove / non sono venuti a esibire un dolore”), e delle donne.

Donne che, quasi segno di un secolare riscatto sociale da un “credo inumano / che le volle schiave già prima di Abramo”, trovano la forza esse sole di seguire sulla “via della croce” l’ultimo cammino di chi, capovolgendo un mondo di valori basati sulla demonizzazione del corpo femminile (“ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio / la tua verginità che si tingeva di rosso”) aveva “perdon[ato] a Maddalena”. E sprezzano dunque quel pericolo che alla componente esclusivamente maschile degli apostoli ha sbarrato la stessa strada percorsa coraggiosamente dalle donne, e ha suggerito la più comoda opportunità di tornare a credere soltanto “domani, con fede migliore” mentre “stasera è più forte il terrore”.

Ultimo frammento in tema di emarginazione e di “diversità”, per usare un’espressione oggi di moda e utilizzata da De André con singolare anticipazione dei tempi, riguarda la condizione degli stranieri. L’autore fa ricordare a ladrone Tito, nel suo celebre “testamento”, l’assurdità del precetto che gli imponeva di diffidare di chi avesse creduto in un Dio diverso da quello ebraico: assurdità compresa fino in fondo soltanto nel momento in cui era stata la vicinanza, la conoscenza dello straniero (“genti diverse venute dall’est”) a dare la più chiara delle dimostrazioni che la diversità non è di ostacolo all’integrazione, e ancora prima ad una pacifica convivenza.

Con l’illuminante uso dei paradossi tanto caro a De André, infatti, parla al mondo multiculturale di oggi persino più che a quello del 1970 la disarmate semplicità con cui persino ad un condannato a morte appare chiaro che quelle “genti diverse” pregavano sì un “diverso dio” (“credevano ad un altro, diverso da te”), eppure loro, a differenza degli esponenti di quella presunta “normalità” che quel giorno lo metteva in croce, non gli avevano “fatto del male”.

Marco Russo

 

titolo | La Buona Novella
anno | 19710
artista | Fabrizio De André
genere | Folk-Rock
durata | 35:30’
etichetta | Produttori Associati

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2 thoughts on “La buona novella

  1. Lettura molto interessante, grazie! Anni fa avevo scritto la mia tesi di triennale appunto su questo album, ma tutt’ora ogni volta che lo ascolto mi spunta fuori qualche nuova comprensione che scrivendo allora non avevo notato, e così anche leggendo questa recensione. Mi piace soprattutto l’ultima osservazione sul Testamento di Tito, molto attenta.
    Poi, semmai vi va di leggere ciò che avevo scritto io, lo trovate qui: http://www.ups-umag.org/files/gesu%20e%20anarchia_finale.pdf

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