Literature

La testa fuori dalla sabbia

C’è un argomento in grado di scatenare discussioni accese ed infervorare gli animi più della politica, del denaro, del sesso: ed è il cibo. Le ragioni sono intuitive, e affondano le proprie radici nei presupposti stessi della vita, atavici e immutabili. Ciò che invece è cambiato nel tempo, e cambia velocemente, è il modo con il quale le generazioni si sono avvicinate ad esso, così come il gusto e la conoscenza che se ne hanno.

Jonathan Safran Foer, con il libro Se niente importa – perché mangiamo gli animali?, ha deciso di raccontare una storia sul cibo; una storia del cibo, del cibo ai nostri giorni. La sua storia finisce con la scelta del vegetarianismo, ma il percorso non è a senso unico: ciò che davvero interessa all’autore è comporre una analisi dettagliata sui metodi di produzione della carne, nonché cercare di capire quali costi in termini ambientali, sociali, economici comporta il suo consumo, sulla scorta del fatto che “essere coerenti non è obbligatorio, ma confrontarsi con il problema sì”.
La sua storia inizia, invece, dai racconti della nonna ebrea sull’inferno della guerra e delle persecuzioni. In fuga dai tedeschi, si ridusse pelle e ossa e rischiò di morire di fame: “Il peggio arrivò verso la fine. Moltissime persone morirono proprio alla fine, e io non sapevo se avrei resistito un altro giorno. Un contadino, un russo, Dio lo benedica, vide in che stato ero, entrò in casa e ne uscì con un pezzo di carne per me.”
“Ti salvò la vita.”
“Non lo mangiai.”
“Non lo mangiasti?”
“Era maiale. Non ero disposta a mangiare maiale.”
“Perché?”
“Che vuol dire perché?”
“Come? Perché non era kosher?”
“Certo.”
“Ma neppure per salvarti la vita?”
“Se niente importa, non c’è niente da salvare.”

In mezzo, il risultato di una ricerca appassionata e meticolosa (cui rendono merito, alla fine del libro, 59 pagine di note) sugli allevamenti intensivi americani da cui proviene il 99% della carne consumata negli Stati Uniti; un “dizionario” dei termini più comuni sul tema, perché “la lingua non è mai del tutto affidabile, ma quando si tratta degli animali che mangiamo spesso le parole vengono usate per camuffare e mistificare tanto quanto per comunicare. Parole come ‘bovino’ ci aiutano a dimenticare di cosa stiamo parlando davvero. Alcune, come ‘a terra’ o ‘in libertà’, possono fuorviare chi ha una coscienza in cerca di delucidazioni. Alcune, come ‘felice’, significano l’esatto opposto di quel che sembrano. E altre, come ‘naturale’, non significano quasi nulla”; dialoghi con allevatori; riflessioni, ricordi.

Il punto focale del libro di Foer non è il vegetarianismo come presa di posizione ex se, perché considera inumano mangiare gli animali e basta: è un vegetarianismo che consegue naturalmente, ed è inscindibilmente collegato, alla conoscenza, alla coscienza del modo col quale viene attualmente prodotta la carne su scala globale – l’unico modo, si badi, che possa rendere questo alimento così economico e disponibile: “[…] queste stregonerie scientifiche sono riuscite a produrre carne, latte e uova a basso costo. Negli ultimi cinquant’anni, con la progressiva industrializzazione della pollicoltura e della produzione di latte e di carne bovina e suina, mentre il costo medio di una casa nuova aumentava quasi del millecinquecento per cento e quello di un’auto nuova di più del millequattrocento per cento, il prezzo del latte è cresciuto solo del trecentocinquanta per cento e quello delle uova e della carne di pollo non è neppure raddoppiato”.

Il libro si chiude con un capitolo dedicato alla festa del Ringraziamento, che viene ovviamente immaginata senza il tradizionale tacchino: un’ipotesi che per la stragrande maggioranza degli americani risulterebbe semplicemente priva di senso. Conscio di aver azzardato molto, Foer cerca di “unire i puntini” citando un episodio legato ad Abramo Lincoln, il quale dopo aver fermato l’intera comitiva al suo seguito sulla strada da Springfield a Washington per soccorrere degli uccellini commentò: “Stanotte non sarei riuscito a dormire se avessi lasciato queste povere creature a terra e non le avessi restituite alla madre”. Questo è il fine dell’intero libro: far sì che tutte le povere creature che ogni giorno vengono inglobate nella giostra impazzita degli allevamenti intensivi entrino nel nostro campo visivo e assumano dunque un peso morale ai nostri occhi.

Ho letto Se niente importa da non vegetariana, quando è uscito qualche anno fa. Per un po’ ho smesso di mangiare polli e tacchini, il cui ciclo di produzione è tendenzialmente peggiore in termini di crudeltà verso gli animali, somministrazione di farmaci e manipolazione genetica rispetto a quello, ad esempio, dei bovini – stando a ciò che viene descritto e riportato nel libro. Poi ho ricominciato, perché, come lo stesso autore ammette, il cibo – tutto il cibo – è gratitudine, vendetta, gioia o tristezza, amicizia, convivialità, storia e ovviamente amore: non è solo cibo. Personalmente mi sono inserita nella categoria “onnivori consapevoli” in attesa di evoluzioni, ma è proprio qui il bello: ognuno, alla fine, trova la propria soluzione, che sia smettere di mangiare carne o, ad esempio, acquistarla solo se certificata, tracciabile, proveniente da allevamenti alternativi a quelli intensivi – e sarò banale dicendo che in Italia fare questo è molto più semplice che negli Stati Uniti.
Ciò che è certo è che è un libro per tutti, e che andrebbe letto da tutti. E parlarne, informarsi, discutere mi sembra ancora l’alternativa migliore per fare in modo che qualcosa cambi.

Ginevra Ripa

Fotografia 2: Francesca Bianchi

Titolo | Se niente importa – perché mangiamo gli animali?
Autore | Jonathan Safran Foer
Editore | Guanda
Anno | 2010

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One thought on “La testa fuori dalla sabbia

  1. Io invece sono una vegana consapevole, essendo stata una onnivora fortemente inconsapevole. Ho inizialmente limitato di molto carne pesce e latticini per motivi di salute, ero stufa di stare sempre male ed ho cercato un metodo alternativo di risolvere i miei problemi. All’inizio la prima a non crederci ero proprio io, 24 anni fa. Invece dimagrii di parecchi chili e risolsi il 70 per cento delle problematiche. Ma non ero disposta a cambiare del tutto, amavo troppo il pollo e il pesce. Ci ho messo più di 20 anni a diventare vegana, e praticamente ho risolto anche il resto 30 per cento dei miei problemi di salute, per dire a 58 (quasi 59) anni sto meglio che a 14.
    Due anni fa inizia anche il mio animalismo, cosa che prima non mi interessava. Prosegue con la lettura del libro di Melanie Joy e con questo di Safran Foer. Non sarei riuscita a leggere questi libri prima, il senso di colpa mi avrebbe fatto star male. Per cui come la maggior parte degli onnivori, io continuavo la mia strada senza chiedermi nulla.
    Lo sto leggendo e sono felice. Si, felice di non contribuire a quello che il libro descrive. Io sono fuori, quasi fossi su un altro pianeta. E’una grande conquista, la auguro a tutti. Ci si sente enormemente liberi. E questo insieme alla mia salute ritrovata è il più bel regalo che la vita potesse mai farmi.

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