Sound

Talkin’ ‘bout a revolution


 

Non tutte le rivoluzioni si fanno urlando e scendendo in piazza, ci sono anche delle rivoluzioni silenziose, che chiedono sottovoce un vento di cambiamento, di presa di coscienza e di voglia di affermarsi.

Quando abbiamo deciso di parlare di rivoluzione ci ho messo un po’ a decidere quale filone musicale sviscerare, se il rumoroso e “rosso” approccio dei vari Modena City Ramblers o della Bandabardò, oppure se volgere lo sguardo verso qualcosa di più sussurrato e meno politicizzato…a quel punto mi è venuto in mente uno dei primi giri di accordi che ho imparato quando ho iniziato a strimpellare la chitarra: SOL DO MImin RE.
Un giro accessibile anche al chitarrista più improvvisato, starete pensando. Verissimo, ma che pezzo, signori: Talkin’ ‘bout a revolution, Tracy Chapman, 1988.

Tracy Chapman è stata, sul finire degli anni ’80, l’apripista di una nuova schiera di artisti e di un nuovo modo di porsi nei confronti del cantautorato. L’artista afroamericana ha saputo incarnare la coscienza civile del suo paese come pochi altri artisti dell’epoca (R.E.M., Sprigsteeen..) a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “Bob Dylan in gonnella”, un bel confronto da portarsi sulle spalle.
Tracy inizia fin da piccola a strimpellare la sua chitarra e, forte anche degli studi di antropologia e cultura africana, nel 1988 presenta il suo primo album, una bella e intensa rivoluzione sottovoce.
L’album (che si intitolerà semplicemente “TracyChapman”) è forte della potenza “silenziosa” dei suoi testi che parlano di eguaglianza e discriminazione, di pace e rivoluzione, di storie e sentimenti.

Ad aprire questo lavoro d’esordio troviamo proprio “Talkin’ bout a revolution”, a mio parere il brano più bello di sempre della Chapman.
Parlare di rivoluzione ha da sempre avuto un certo fascino, un qualcosa di carbonaro e controcorrente; parlare di rivoluzione, tuttavia, significa prima di tutto immaginare e sognare un mondo migliore, significa aver voglia di costruire qualcosa di diverso tutti insieme. La rivoluzione non vive dell’Io ma del “tutti noi”, eppure parte proprio dal singolo, da quella propulsione interiore che ti fa dire “posso farne parte, posso contribuire, posso aiutare a cambiare!”.
Non so quanto oggi si parli ancora di rivoluzione e quanto, al contrario, si tenda ad affiancare a questo termine solo quel significato politicizzato di ribellione armata o, in ogni caso, dai risvolti violenti. Mi piace tuttavia pensare che se ne parli ancora agli angoli delle strade, di sentire ancora quella voce portata dal vento della sera, nascosta nelle case, sussurrata da due ragazzi che si baciano per strada.
Tracy Chapman lo canta con incredibile delicatezza nel suo brano “Don’t you know they’re talking about a revolution, It sounds like a whisper”; come una musica portata da un vento nuovo, che cresce e cresce accompagnata dalle voci di chi la sente e ne gode la freschezza e la voglia di “diverso”.
Talkin’ about a revolution è una ballata verace, minimale, sofferta e percorsa da un’urgenza tipica dei più grandi cantastorie.
Il brano parla della rivoluzione di chi non ha niente ed è in fila davanti alle porte dell’Esercito della Salvezza (che oggi per noi potrebbe essere la Caritas) per un piatto di minestra, o dei disoccupati che si accalcano davanti all’ufficio di collocamento. Sono le persone che, nel 1988, stanno per sollevarsi. E quando si solleveranno, farai meglio a correre, a dartela a gambe.

“Poor people are gonna rise up
And get their share
Poor people are gonna rise up
And take what’s theirs”

Sembra di sentirlo il sussurro della rivoluzione tra i migranti, tra quegli uomini e donne trattati come bestiame, in coda per un lavoro o per un permesso. Mi chiedo quante volte mi tappo le orecchie per non sentire queste voci flebili e le loro richieste di rivoluzione, la rivoluzione dei diritti e dell’uguaglianza, la rivoluzione che ci rende fratelli e persone che condividono la stessa ed emozionante condizione dell’umanità e della vita.

L’impegno sociale è totale nelle prime tre canzoni dell’album e l‘apice si ha probabilmente in Across the lines con la sua denuncia aperta alle divisioni ancora esistenti tra bianchi e neri, un po’ a chiedersi dove sia finito il grande sogno americano.
Nella quarta traccia Tracy si cimenta in un pezzo solo voce e senza nessun strumento ad accompagnarla, il risultato è qualcosa di spettacolare e di emozionante…una voce vibrante che cavalca parole e sentimenti.
Nel corso dell’opera troveranno poi spazio i temi dell’amore e dell’affidarsi, Baby can I hold you e For my lover su tutte.

Tracy Champman fu un successo inaspettato, un album impegnato e rivoluzionario, dai modi pacati e di denuncia al tempo stesso e con questo lavoro la Chapman divenne portabandiera di tutti gli artisti socialmente impegnati, tanto da cantare al Human Rights Tour di Amnesty International e al Nelson Mandela Freedomfest, tra il 1988 e il 1989.

Ancora oggi lo spirito del capolavoro di Tracy Chapman risulta attuale e strumento di riflessione, ci ricorda che la rivoluzione parte da ognuno di noi e trova il proprio carburante nel nostro porci con spirito critico verso ogni situazione di sopruso e violenza verso qualunque individuo, bianco o nero, uomo o donna.

…Perché “la vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi”, e Che Guevara in questo aveva incredibilmente ragione.

Paola Galli

 

Album| Tracy Chapman
Artista| Tracy Chapman
Anno| 1988
Etichetta| Elektra Records
Durata| 36 min 11 s

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