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Qualcuno vuole dell’LSD?


 

Il termine “psichedelia” trova radici nell’Antica Grecia, quando vennero unite insieme due delle parole più affascinanti del vocabolario ellenico: ψυχή (psykhé, anima) e δῆλος (dêlos, chiaro, manifesto). Dalla loro fusione nacque la “psichedelia” che, come spesso accade, trova difficile traduzione letterale in italiano, ma la cui sfumatura intende richiamare il superamento della realtà, tradotto solitamente in una sorta di “allargamento della coscienza”.

D’accordo, nei primi anni ‘60, quando la cultura psichedelica iniziò ad invadere i quartieri più fighi (si legge hipster nel 2014, ma si pronunciava hippie a quei tempi) di San Francisco, io mi trovavo ancora nell’Iperuranio e ci sarei rimasta per un’altra buona trentina d’anni. Quindi no, non ho frequentato i dintorni di Haight-Ashbury quando l’LSD e la mescalina giravano libere come l’aria sotto il sole californiano. Ciò nonostante, se anche voi siete degli eterni nostalgici di tempi mai vissuti, in questo numero vogliamo trasportarvi in un trip psichedelico, da cui difficilmente vorrete uscire.

Pronti?

Avvertenza: per proseguire la lettura dell’articolo è caldamente consigliato di indossare delle cuffie, connettersi a YouTube, iTunes, Spotify o vinile originale, cercare “The End” dei Doors e ascoltarla fino a fine lettura.

LSD nella tasca dei Roy Roger’s e partiamo dalla Golden Age of Rock di fine anni ’60.
Siamo a San Francisco, California.

Prendete il 1967 e ringraziatene tutti. Solo tre parole per descriverlo: Summer of Love.
In questo Festival inenarrabile, la controcultura, in opposizione ai valori americani più tradizionali, trova libera espressione artistico-musicale con una lampante connotazione psichedelica. Ma il 1967 è molto altro. E’ l’anno di debutto dei Pink Floyd, l’anno in cui i Beatles pubblicano Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, èl’anno in cui esce White Rabbit dei Jefferson Airplane e, soprattutto, è l’anno di uscita dell’album The Doors (dell’omonima band).

Ora, se avete seguito il mio consiglio, la voce di Jim Morrison vi sta risuonando nelle cuffie in quell’ipnotico e infinito mantra psichedelico che è The End e sembra composto da note musicali, immortalità e LSD, tutto insieme. Frullato e caldo. The Doors è l’album di esordio, certo, ma è già un capolavoro senza eguali, condannato alla celebrità eterna. Pensate alle elucubrazioni poetiche di Morrison, pensate a questa lenta melodia narcotica che vi sta risuonando in testa, pensate a Light My Fire e alla frase “girl we couldn’t get much higher” (ragazza, non potremmo essere più fatti) da intendersi come l’eccesso di euforia causato dalla droga: non è già un inarrestabile trip?

Del resto, la volontà dei Doors di esprimere le sensazioni connesse a stati alterati di coscienza è lampante sin dalla scelta del nome della band, tratto significativamente dal libro Le porte della percezione di Aldous Huxley. La protagonista dell’opera è la mescalina, antenata principale dell’LSD, e particolarmente in voga negli anni ‘50/’60, appunto. Il testo, frutto di una stretta collaborazione con lo psicologo Humphrey Osmond, racconta le esperienze vissute da Huxley stesso sotto effetto della mescalina. L’idea di comporre qualcosa di poetico affine alla psichedelia non era certo una novità nemmeno a quei tempi: si pensi a Lewis Carroll, per citarne uno. Eppure, dal testo di Huxley non si evince tanto l’esaltazione delle sostanze allucinogene quanto l’intenzione lampante di fare di queste droghe strumenti di una più profonda indagine mistica, al fine di vedere la realtà (o la proiezione della realtà) come se fosse la prima volta. “Se le porte della percezione fossero purificate tutto ci apparirebbe come infinito”. Questo lo disse William Blake, qualche secolo prima di Huxley, ma senza fare uso di droga (così pare, almeno). Huxley, invece, voleva varcare davvero quelle porte e lo sperimentò volontariamente: fece della mescalina la sua bacchetta magica per volare in un mondo altro, per evadere dalla materialità dell’esistenza.

Ma quanto è buio il tunnel dietro la soglia della percezione? Lo sanno bene Johnny Depp e Benicio Del Toro, i due protagonisti di Paura e delirio a Las Vegas, che interpretano una coppia di amici, entrambi notevoli consumatori di sostanze psicotrope. Indovinate un po’: siamo sempre negli Stati Uniti (nella città che non dorme mai) e corre l’anno 1971. Fedele al libro da cui prende ispirazione, anche la pellicola di Gilliam ci trasporta in un mondo in cui la finzione invade sempre di più la quotidianità, fino a farci perdere la capacità di discernerne i confini. Ancora una volta è la droga che permette ai protagonisti di volare oltre il sogno americano, di squarciare il velo di carta dinanzi ai propri occhi e di rendersi amaramente conto di esser stati abbagliati da un sogno irraggiungibile.

Ecco, e se avete voglia di alterare la vostra realtà, ma vi amate troppo per rischiare di calarvi un acido e rimanerci sotto, venite con noi a Barcellona: ultima tappa del nostro trip psichedelico. L’imperdibile città spagnola offre molteplici possibilità di seguire itinerari mistici, assecondando lo stile eclettico di Gaudì, le cui opere, sparse per tutta la città, proiettano l’osservatore in una dimensione onirica, come se si trattasse soltanto di un miraggio. O di una pasticca di LSD.

Francesca Bianchi

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