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Gaudì Amanita Barcelona


 

Cominciamo dal principio: mi sono ritrovata incastrata con l’arduo compito di trovare e descrivere con discreta dovizia di particolari una località che mi facesse pensare alla Psichedelia. Ho dunque cominciato col passare in rassegna San Francisco, culla della cultura hippie negli anni sessanta, poi Amsterdam, anche se faceva un po’ troppo banale e commerciale e, infine, Goa: il più piccolo stato indiano, patria e paradiso della Psychedelic Trance Music.

Per farla breve, or della fine ho scartato tutte e tre le opzioni. La verità è che in nessuno di questi luoghi ho riconosciuto una concreta rappresentazione di distorsione della realtà o di allargamento della percezione. In altri termini, ho trovato l’esperienza allucinogena intrappolata nei singoli individui, ma nulla che potesse offrire all’osservatore esterno uno spioncino dal quale proiettarsi in una realtà parallela. Insomma, a parte bar astrusi, luci intermittenti, rock psichedelico e feste con travestimenti carnevaleschi, nessun elemento tangibile ci lascia intuire le sensazioni provocate dal consumo di LSD o mescalina.

Ma è davvero possibile ricreare quella che è, per definizione, una dimensione extrasensoriale?

Ebbene, qui mi è partito un trip. Se infatti l’insieme degli effetti cinestetici e neurofisiologici resta difficile da riassumere in una costruzione concreta, le forme sinuose e i colori intensi delle opere di Gaudì sono per me l’emblema di una realtà distorta meravigliosamente. Siamo dunque finiti a Barcellona (sì, voi lettori siete da ora nel mio stesso trip), stremati dalla pendenza della collina Carmelo, sfiancati dal sole e dai fiumi di turisti e in cerca di sollievo su una panchina qualsiasi di Parc Guell. Sdraiati all’ombra seguiamo il profilo ondulato delle architetture, che si evolve in comune accordo con la natura, talvolta assecondandola, altre riproducendola: le colonne del porticato prendono la forma di tronchi d’albero e di stalattiti, mentre le fontane e le arcate si fingono roccia. Nel fluire dei percorsi spiccano le ceramiche spezzate variopinte –trencadis – e i frammenti di vetro, che, come tessere di mosaico, illuminano una superficie tondeggiante. Sparse in tutto il parco, poi, fanno capolino delle sculture in calcestruzzo che rappresentano animali fantastici, che celano talvolta significati esoterici. E’ il caso, ad esempio, della salamandra che accoglie il visitatore lungo la scalinata per la Sala delle Cento Colonne: questo animale, caro agli alchimisti, era considerato in grado di resistere al fuoco in epoca medievale, e per questo simboleggia la vittoria sulle fiamme degli inferi e sul male. Per lanciarsi in altri itinerari “mistici”, i più audaci potranno poi cimentarsi con la simbologia massonica, dalla quale Gaudì avrebbe attinto molteplici figure, tra cui la X, i pennacchi, i compassi e il pellicano, simbolo dei frammassoni Rosacrociani (dei quali egli stesso sarebbe stato parte, secondo alcuni suoi biografi). Spirali di pensieri e di immagini ci stimolano di continuo passeggiando lungo i sentieri polverosi del parco, fino a quando la melodia del musicante di turno è sopraffatta dal vociare dei turisti. E’ a questo punto che la realtà si impone di nuovo lasciando sfumare la dimensione onirica, quasi fosse finito l’effetto dell’acido lisergico.

È dunque in balia di uno sfrenato bisogno di continuare il nostro trip che ci avventuriamo nella avinguda Passeig de Gracia, una delle più suggestive vie della Spagna adornata da raffinati edifici modernisti e puntellata di negozi di lusso. Ci trasciniamo col naso all’insù fino al numero 43, e una volta davanti a Casa Batllò, la distinzione tra allucinazione e architettura torna a farsi labile. In questa visione, delle forme zoomorfe tondeggianti si mescolano a dei motivi ossei che incapsulano delle vetrate colorate. Nella parte alta della facciata, le tegole di ceramica colorata diventano le squame di un rettile. Proseguendo di boutique in pasticceria, capitomboliamo al civico 92 per far visita a Casa Milà, meglio conosciuta con il suo soprannome Pedrera (cava di pietra). La superficie della facciata è rocciosa e ondulata, quasi fosse stata plasmata da forze geologiche nel corso dei secoli. L’intero edificio è privo di linee rette, la struttura è irregolare e i pilastri hanno dimensioni differenti. Una volta entrati (fatelo, ne vale la pena!) eccoci catapultati nell’universo creativo di Gaudì. All’interno, infatti, animazioni e giochi di specchi illustrano i ragionamenti e le tecniche architettoniche delle sue opere più celebri, avvolti dai 270 archi catenari che sostengono la terrazza. Su quest’ultima, lo sguardo si lancia dalle balaustre curvilinee verso la città, tornando poi a vagabondare sulla superficie mosaicata del pavimento e insinuandosi sulle sculture-camino, su e giù per le scale, perdendosi nelle cavità multicolori che mascherano i condotti di aereazione. Ci concediamo perfino il lusso di un ennesimo miraggio, che spunta tra gli archi ricoperti di ceramica, un po’ sfocato, ma troppo riconoscibile per poter trarre in inganno: in lontananza ecco la Sagrada Familia, considerata il capolavoro di Gaudì.

Ma cosa mosse Gaudì –che, giusto per fare del gossip, è in lista d’attesa per la beatificazione! – a superare con tanto estro la barriera tra realtà e allucinazione? Secondo alcuni suoi biografi, “l’architetto di Dio” si sarebbe ispirato alla condotta di alcuni celebri alchimisti del passato, che consideravano la droga come un mezzo per liberare possibilità latenti dell’intelligenza. Nonostante la carenza di prove, leggenda vuole che Gaudì fosse un consumatore di Amanita Muscaria, l’allucinogeno più in voga nella Catalunya dell’epoca, che il nostro eroe raccoglieva durante le passeggiate in montagna. I biografi che identificano l’origine della creatività gaudiana nel mero consumo di droga (visione un po’ limitata, benché decisamente hippy), trovano sostegno alla loro tesi in una torre comignolo che spicca a Parc Guell che, senz’ombra di dubbio, rappresenta proprio il fungo a pois di cui sopra.

A dire il vero, che Gaudì si drogasse o meno, che fosse alchimista o massone o addirittura santo, a noi poco importa. Quel che ci resta, alla fine di questo breve trip a Barcellona, è il dolce piacere di poter sorvolare la realtà. Accanto ai miscugli inediti di forme e immagini e agli intrighi di materiali e colori, anche la nostra percezione si evolve in modo curvilineo, un po’ assurdo, un po’ buffo, molto magnifico e assai psichedelico.

Elisa Cugnaschi

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