Sound

Quelli nati per la notte infinita


 
“The road of excess leads to the palace of wisdom.

Prudence is a rich ugly old maid courted by Incapacity.”[1]

È attraverso questi versi di William Blake (sì, quel pre-romantico che forse ha tediato anche le vostre lezioni di letteratura inglese con la tigre e l’agnello; in realtà era molto più fico di come ce lo hanno fatto sembrare) che Michael McClure, anima della controculturasulla west coast, ricorda in un’intervista l’amico Jim Morrison.

Nonostante l’apparente distanza – temporale e geografica – Blake viene annoverato tra le principali influenze di Morrison, assieme ad autori come lo stesso McClure e Allen Ginsberg, emersi in seguito al celebre reading presso la Six Gallery di San Francisco (che nel ’55 aprì la strada all’ondata beat) e ai poètes maudits, in particolare Rimbaud. Un tratto accomuna questa variegata compagine artistica, ed è la propensione a vedere – sé, gli altri, la realtà – in un modo più profondo e pregnante della norma, come se fossero capaci, veri visionari, di andare oltre. Oltre i limiti, oltre i tempi; rappresentando le proprie visioni attraverso vivide immagini pronte a stamparsi nella testa di chiunque venga in contatto con la loro arte.

La strada dell’eccesso citata da Blake è indubbiamente quella percorsa dal giovane Jim, un tipo certamente non prudente e, a dispetto dei detrattori, ben lontano dall’incapacità. Che la cosa rafforzi o attenui il giudizio in merito alle sue capacità, è da ricordare che Morrison non sapeva suonare alcuno strumento, né leggere o scrivere musica – lui stesso si definiva “poeta” più che musicista – eppure ha composto alcuni tra i brani più belli e riusciti degli ultimi cinquant’anni.

Con al suo fianco Ray Manzarek (tastiere), John Densmore (batteria) e Robby Krieger (chitarra), i Doors godevano di quella singolare empatia che permette a una band di collaborare nel più profondo dei modi. Tutti partecipavano al processo di elaborazione artistica in cui (la maggior parte delle volte) Morrison si limitava a cantare a cappella i versi precedentemente composti, nella melodia che secondo lui più si addiceva al testo; gli altri intervenivano inventandosi, man mano, gli accordi musicali. Dopo un anno e mezzo passato a comporre e a provare a Venice beach, essere stati rimbalzati dalla Columbia e aver firmato con la più giovane Elektra Records, il gruppo – il cui nome trae origine dal titolo del romanzo di Huxley, Le Porte della Percezione – registra in soli sei giorni l’omonimo disco d’esordio.

Hanno detto che “[Ascoltare l’album The Doors] era come la prima volta che aprivi Playboy” e il paragone sembra alimentato dall’alone di sensualità proibita che circonda questo debutto.

Primo singolo e prima traccia dell’album è Break On Through (To The Other Side), un pezzo che marca l’inizio del 1967 (esce il primo giorno di gennaio) e della carriera di un gruppo destinato a fare storia.

In un momento di tale tensione ed incertezza, in cui la transizione era palpabile, ecco una canzone che parla di una vera e propria rivoluzione personale. Break On Through è un invito ad uscire dal proprio guscio, a sfondare le barriere per andare dall’altra parte, ma anche il pezzo che più di tutti incarna lo spirito della band, che racchiude quel quid che l’ha resa diversa da tutte le altre.

Nonostante l’innovativa ritmica in chiave bossa nova rivisitata da Densmore (li sentite quei fruscii? È la spazzola che accarezza la batteria); nonostante la linea di basso ammiccante con cui si inseriscono le eccentriche tastiere di Manzarek, che supplisce magnificamente alla peculiare assenza di un bassista vero e proprio; nonostante il riff di Krieger, rubato apertamente da Shake Your Money Maker di Paul Butterfield, tanto amato da Robbie e uno tra gli artisti di spicco della Elektra; nonostante la feroce sensualità della voce di Morrison, un vero e proprio strumento a sé; nonostante tutto questo, Break On Through attrae subito quell’attenzione, un po’ prude un po’ phoney etutta americana, per una singola parola: high. “Lei si sballa”, canta Morrison per ben quattro volte – e questo, nel ’67, basta a procurarsi una tempestiva censura e una pessima reputazione. La parola, seppur cantata nei live, viene rimossa durante la produzione e non comparirà sugli album fino alle edizioni rimasterizzate degli anni ’90.

Pensare che la carriera e la produzione artistica dei Doors girino attorno alla droga è riduttivo, per non dire semplicistico; certo ne (ab)usavano, ma non è questo il punto. La loro psichedelia traeva la propria essenza dalla realtà, dalle luci ma soprattutto dalle ombre della vita da cui Morrison – così come molti dei suoi ispiratori – era tanto affascinato. Erano anche questi gli aspetti che i Doors volevano indagare, in opposizione all’idillio flower power che stava caratterizzando il fenomeno hippie egettando le basi per quella che di lì a poco sarebbe stata la summer of love.

Jim non era un drogato, dicono i suoi compagni; non aveva alcun’abitudine ricorrente, a parte bere. Semplicemente, nella vita come nell’arte (si pensi al monologo di The End improvvisato per la prima volta sul palco del concerto che li avrebbe resi famosi) era determinato a fare qualsiasi cosa gli altri facessero alla centesima potenza, per testare i propri limiti e sondarne la profondità, come hanno sempre fatto e continueranno a fare tutti quei pazzi che regolano l’asticella per il resto di noi.

Break On Through è solo la prima traccia di un disco, The Doors, che va sentito più che raccontato, per la sua capacità di parlare a chiunque si affacci la vita; un disco che accompagna l’ascoltatore in un viaggio di undici tracce lungo la percezione mentale e carnale della vita per mano di chi, dove altri vedono un muro, ha visto una porta.

“Improvement makes straight roads, but the crooked roads without Improvement are roads of Genius.”[2]

Chiara Marchisotti

 

Artista | The Doors
Album | The Doors
Anno | 1967
Etichetta | Elektra Records

 

[1] “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza.
La Prudenza è una ricca e brutta vecchia zitella corteggiata dall’Incapacità.”
William Blake, The Marriage of Heaven and Hell, 1790-1793

[2] Il progresso fa strade rettilinee; ma le strade tortuose senza migliorie sono quelle del Genio.”
William Blake, The Marriage of Heaven and Hell, 1790-1793

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