Travel

Namasté


 

Dal mio viaggio in Nepal è passato poco più di un anno, ormai. Eravamo alla fine di luglio, era mattina inoltrata e in poche ore avremmo lasciato Dhaka per atterrare a Kathmandu. (Chi di voi si stesse chiedendo cosa diavolo ci facessi a Dhaka può sempre soddisfare le proprie curiosità leggendo qui: https://salteditions.wordpress.com/2013/08/18/la-banca-del-villaggio/, ndr)

Inutile dirvi che dopo tre settimane in Bangladesh, ai miei occhi Kathmandu non aveva assolutamente nulla da invidiare a New York. Il nostro ostello era a Thamel, dove a piedi si arriva facilmente a Durbar Square, la piazza dell’antico Palazzo Reale. L’ingresso è a pagamento, e nel 2013 ammontava a 7.5€, un modesto investimento a cui non vi consiglio di rinunciare, nonostante quella di Kathmandu non sia la Durbar Square più bella della zona.

Tra i luoghi che vi consiglio caldamente di visitare rientra a pieno titolo Swayambhunath, meraviglioso tempio buddista patrimonio dell’UNESCO. È poco lontano dal centro, potete prendere un taxi a poche rupie per andarci. La scalinata che porta al tempio è immersa nel verde e letteralmente invasa da scimmiette saltellanti in ogni dove e da piccoli banchetti improvvisati dai venditori locali che cercheranno di propinarvi ogni genere di statuetta, gioiello o manufatto che possiate immaginare. (Ma vale la pena spendere qualche minuto del vostro tempo per stare almeno ad ascoltare le loro storie) E poi, quando sarete sull’ultimo gradino della salita, alzerete gli occhi e potrete ammirare una meravigliosa quanto indescrivibile stupa d’oro: il monumento spirituale che rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente. Se volete ammirare, invece, la stupa più grande di tutta l’Asia, dovete recarvi a Boudhanath (Boudha), dove pagherete l’ingresso, ma sarete immediatamente ricompensati da uno spettacolo che non vi dimenticherete facilmente. La sua piazza circolare è la più famosa del Nepal e non sarà raro incontrare monaci Tibetani solitamente in fuga dal proprio Paese. Infine, proprio in questa zona del Bhutan, vogliatevi bene e non mancate di assaggiare i momo : tipici ravioli Nepalesi/Tibetani ripieni di verdura o di carne.

Se avete ancora un po’ di tempo da trascorrere nella valle di Kathmandu, concedetevi di visitare un altro luogo patrimonio dell’UNESCO: Pashupatinath. SI tratta di un piccolo borgo famoso per i riti funebri lungo il fiume sacro Bagmati. Io e i miei compagni di avventura siamo andati nel tardo pomeriggio di un giorno leggermente uggioso e abbiamo avuto il privilegio di assistere ad una cerimonia di cremazione così suggestiva da farci rimanere incantati. Tuttavia, è bene sapere che si tratta di un luogo di culto induista fortemente sentito, in cui è consigliabile portare rispetto e non avvicinarsi troppo alle pire funerarie, attorno alle quali si stringono i parenti del defunto.

In quanto ai ristoranti, mi sentirei particolarmente oltraggiata se non ascoltaste il consiglio (non mio, quanto della sacra Lonely Planet) di concedervi almeno una cena da Or2k (http://www.or2k.net), un ristorante vegetariano di cucina nepalese e israeliana nel quartiere di Thamel: lasciate le scarpe all’ingresso e lasciatevi saziare dall’ottimo cibo e dall’ambiente rilassante quanto cordiale. Prezzi assolutamente contenuti.

La nostra avventura da backpackers in erba è poi proseguita verso Pokhara, che abbiamo raggiunto dopo qualche ora di bus locale e un paio d’ore di rafting lungo il fiume, giusto per non farci mancare nulla. Pokhara è la seconda città più importante del Nepal, famosa al mondo per essere il punto di partenza della catena montuosa dell’Annapurna, una delle più belle dell’Himalaya. Dopo aver trovato un’offerta last minute, abbiamo soggiornato al Middle Path Hotel (http://www.hotel-middlepath.com) che, ai nostri occhi, ormai abituati a improbabili hotel bengalesi, è davvero parsa come un’oasi (e che oasi!) nel deserto. Vi consiglio in particolare di fare un salto sulla terrazza per godervi la vista mozzafiato del lago. Inoltre, tra i tanti locali di Lake Side, la via principale di Pokhara, riservatevi il tempo di una cena al Moondance Restaurant, preferibilmente scegliendo un tavolo all’aperto: l’accoglienza e l’atmosfera del locale faranno a gara con la qualità del cibo. Per i prezzi è bene sapere che Pokhara, essendo una meta turistica molto frequentata, ha un costo della vita in media più caro del resto del Nepal, ma nulla di improponibile rispetto agli standard occidentali. Se poi riusciste a trovarne il tempo, affittate una barca a remi per pochi euro e fatevi un giro del lago, al termine del quale potrebbe seguire una sosta al Bamboo Bar, un piccolo gazebo in legno proprio sulle sponde del lago che fa ottimi dolci e un mango juice da urlo.

Ed è proprio da Pokhara che inizia la fase più emozionante e imprevedibile del nostro viaggio: tramite agenzia locale abbiamo preso un volo interno (sì, di quelli che 9 su 10 non sai bene dove vadano a finire, ma ormai poco importa) per raggiungere Jomsom, un piccolo villaggio sulla catena montuosa dell’Annapurna.

Destinazione: Kagbeni, nel cuore del regno del Mustang (almeno della parte Lower). Ed ecco che si parte: 12 kilogrammi di zaino sulle spalle, un programmato e mai attuato allenamento fisico in vista del trekking e fiumi di adrenalina dovuti al fatto di essere sopravvissuta al volo appena effettuato. Il primo giorno camminiamo soltanto per un paio di centinaia di metri di dislivello, principalmente per fare in modo di abituarci all’altitudine: Jomsom si trova, infatti, a 2800 metri di altezza.

Camminare nel Mustang è impressionante, ricorda un paesaggio lunare: la bassa stagione ci concede una solitudine totale, in cui noi 6 backpakers e la nostra guida Nepalese (ciao Anuj!) non fatichiamo ad immergerci. Per gli amanti del genere, consiglio di portarvi la colonna sonora di Into The Wild da ascoltare mentre camminate in silenzio e vi stampate nella retina le immagini abbaglianti delle rocce del Mustang. Ci fermiamo a pranzare appena prima di Kagbeni, che ci appare poco dopo, in lontananza: un’oasi di un verde accecante tra chilometri di montagne aridissime. Kagbeni è davvero una piccola meraviglia incastonata alla confluenza tra due fiumi e, soprattutto, rappresenta la porta di accesso alla regione dell’Upper Mustang (o Regno di Lo) di cui in lontananza riusciamo a scorgere le rocce rossastre che mi richiamano alla mente i colori dei canyon americani. Trascorriamo una notte proprio qui, alle porte del Regno di Lo, in una delle tante piccole baite di montagna che ci concedono le stanze a un prezzo più basso di quello di una bottiglia d’acqua. (true story, ndr)

Il giorno successivo lasciamo Kagbeni per le 8.30 del mattino, in ritardo di un’ora rispetto alla nostra ideale tabella di marcia: ci aspettano circa 1000 metri di dislivello. La nostra meta è il tempio di Muktinath, religioso luogo di culto sia per indù sia per buddisti, come testimonia la piccola scuola di monaci proprio limitrofa al tempio. Alle pendici del tempio, che sfiora i 4000 metri di altezza, ci fermiamo a contemplare la valle del Mustang, meravigliosa opera d’arte incastonata in questa piccola regione del Nepal. La vista ripaga almeno in parte le fatiche della giornata, ma la quantità ridotta di ossigeno inizia a farsi sentire anche per noi. Il giorno seguente, ristorati da sufficienti ore di sonno, scendiamo fino a Jomsom, direttamente: poche pause e in 7 ore riusciamo a tornare dove ci aveva lasciato il piccolo aereo pochi giorni prima. Il cielo stellato sopra di noi, una doccia fredda e tanta voglia di memorizzare in modo indelebile l’esperienza appena vissuta.

Vorrei potervi dire che abbiamo ripreso l’aereo che ci aveva portato a Jomsom e che in 30 minuti circa abbiamo raggiunto Pokhara, con la stessa facilità del viaggio di andata, ma purtroppo (o per fortuna!) le cose sono andate in maniera diversa. La sveglia suona alle 5, carte d’imbarco alla mano (compilate manualmente) e ci rechiamo al piccolo aeroporto di Jomsom, dove scopriamo che non sarebbe partito alcun volo a causa di un monsone in arrivo. Ancora non sapevo che avremmo impiegato circa 12 ore per raggiungere Pokhara, cambiando dieci (letteralmente d-i-e-c-i) mezzi di trasporto diversi, partendo da un indescrivibile bus locale che trasportava indistintamente uomini e animali (di piccola taglia, per fortuna) e che rasentava il ciglio dei burroni ogni volta che poteva. Scendere dal bus, recuperare lo zaino dal tetto, superare a piedi qualsiasi frana o greto di un fiume ostacolasse il nostro cammino, prendere un nuovo bus/jeep/camion che ci stava aspettando dall’altra parte. Questo è avvenuto per circa 7/8 volte. E quando vedi la luce in fondo al tunnel e mancano poche decine di chilometri a Pokhara ecco che ti ritrovi in mezzo al nulla, nel buio più totale in quella che sembra una foresta non meglio identificata, piove a dirotto, i telefoni non prendono e si ferma la jeep. Ebbene sì, si ferma davvero la jeep. Eppure, eppure, eppure. In qualche modo a me ancora ignoto, l’autista riesce a chiamare il meccanico di fiducia che con attrezzi paleozoici rimette in sesto la jeep per permetterci di arrivare almeno a un’area di sosta, dove possiamo prendere due “taxi” e raggiungere, più morti che vivi, il Middle Path Hotel.
Sorridiamo, sfiniti.

Il ritorno a Kathmandu aveva altre meraviglie in serbo per noi, da Bhaktapur a Patan, ed è stato facile avere occhi sempre attenti a nuovi scorci in contesti che iniziavano a farsi a poco a poco familiari. E quando avrete voglia di scappare dal traffico caotico dei rickshaw nepalesi, potrete sempre rifugiarvi nel Giardino dei Sogni e, perché no, essere sopresi da un breve ed intenso monsone estivo che vi lascia a stento il tempo di correre al riparo e vi regala qualche ora da trascorrere con un paio di racconti di Borges, com’è successo a me.

Com’è intuibile, 10 giorni non saranno mai abbastanza per poter dire di conoscere un Paese, eppure vi assicuro che sono più che sufficienti per potervene innamorare perdutamente. Un ultimo consiglio utile che mi sento di darvi è quello di imparare una delle arti più in voga nel Paese: quella della contrattazione. Contrattare è quasi indispensabile: in Nepal il prezzo è solitamente stabilito in base a quello che il negoziante (o l’albergatore) crede di potere avere dal cliente, il cui ceto sociale viene identificato in base agli indizi che lascia inavvertitamente trapelare. Ma non prendetevela se vi accorgerete di essere stati “truffati”: è una tecnica che si affina con la pratica. Tuttavia, fatelo nel rispetto delle condizioni di povertà in cui verte il Paese. Vi invito, infine, a considerare che la mia visione del Nepal è stata senza dubbio influenzata dalla appena precedente esperienza in Bangladesh, motivo che non mi ha portato a soffermarmi particolarmente sui lati negativi del contesto. E detto questo, è bene ricordare che il Nepal è un Paese molto povero, in cui milioni di persone vivono con meno di 1,25 dollari al giorno, con moltissimi beggers e con un tasso di microcriminalità piuttosto elevato: i turisti sono spesso i soggetti più ambiti per piccole truffe, specialmente per taxi e rickshaw.

Ecco, questo è più o meno quanto ricordo della mia esperienza nepalese. Ma l’unico vero consiglio che mi sento di dare a chi voglia intraprendere un viaggio del genere è quello di abbandonarsi completamente all’idea di vivere per due settimane in condizioni (positivamente) surreali. Prendetevi la vostra dissenteria, viaggiate sui trasporti lenti e immondi, parlate con i Nepalesi, persone tanto curiose quanto affabili. E, collateralmente, siate certi che vedrete anche alcune cose bellissime e inenarrabili a parole, che non riuscirete a catturare nemmeno con l’ultimo modello di reflex.

Francesca Bianchi

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