Travel

Di Bangkok e di altre sciocchezze


 

Enorme, inquinata, umida, sudata, terribilmente viva. Alta e bassa, coi suoi grattacieli che s’infrangono a terra in cerca di bancarelle di street food, con le sue piscine private che lavano gli odori più disparati intrisi nei capelli, con i moto taxi che lottano contro il tempo, sfidando la sorte nel traffico incastrato sotto alla linea dello Skytrain. Eppure, c’è tanta poesia a Bangkok. Non è bella, non per i miei occhi azzurri da europea. Ma è talmente spettacolare! Tutto è talmente diverso, assurdo, inaspettato che mi stupisco sempre un pò. Ed era proprio il tipo stupore che andavo cercando. Quell’impresssione elettrizzante di stare vivendo una vita “altra” da quella che ho vissuto fino ad ora. Come se ritornassi bambina d’un colpo, con tutta l’ingenuità e la curiosità del caso, soprattutto per le piccole scoperte al quotidiano. Lo sguardo si fa più vivace, più attento ai particolari e reattivo ad ogni tipo di stimolo. Camminando per le strade, si è sempre un pò più in guardia: è la maledetta magia del non sapere cosa potrebbe succedere, se sei davvero sulla buona linea della metro, cosa confabula il vicino al telefono o come diavolo si mangia quel frutto –tra l’altro, è un frutto?!- e chissà dove si compra e quanto dovrebbe costare in baht. E in euro? La mente diventa una palestra di comparazioni spontanee quanto inevitabili…e la parte più bella è quando non vi è nulla di quel che è stato registrato precedentemente che possa avvicinarsi alla nuova realtà. E’ lì che tutto il meraviglioso apparato dello spaesamento si mette in moto, con il suo strascico di sensazioni in ordine sparso.

Ed è tutto questo a convincermi del fatto che Bangkok sia spettacolare, sebbene non esteticamente vicina ai miei canoni di bellezza. Quando sono uscita per strada la prima volta, dopo il mio volo transcontinentale, mi sono sentita avvolta, o forse travolta, non saprei. La calura che ti assale all’uscita dall’albergo esageratamente climatizzato, l’umidità che ti abbraccia affettuosamente ad ogni movimento, gli occhi allungati che ti rincorrono da sopra un sorriso, sgangherato ma sincero.
Poi c’è il fatto che il jetlag si è intascato delle ore, rincoglionendoti mica male o, più poeticamente, “proiettandoti nel futuro”. Nel caso della Tailandia, questo è ancor più eclatante visto che il calendario segue l’era buddista, che conta gli anni dal Puttha Sakkarat (l’anno della morte del Buddha). Quindi di colpo, non solo sei in una megalopoli di 10 milioni di abitanti a tasso di umidità 74%, ma sei pure cinque ore avanti, anno corrente 2557. E hai fame. Un pò fame di cibo, un pò smania di scoprire tutto quello che una capitale asiatica tanto controversa può avere da offrirti.
Tutto sommato, è piuttosto facile, perchè a Bangkok le due cose combaciano: lo street food è sicuramente una delle attrazioni più eccezionali della città. Ne riempie i marciapiedi, ne crea gli odori, ne definisce il carattere a colpi di salsa di pesce fermentato, peperoncino e zucchero. Pesce alla griglia, pollo fritto, crepes dall’impasto verde, vermicelli (gli spaghetti, non gli insetti!) saltati in wok pieni di verdure ignote ma ben tagliate, tonnellate di riso bianco disposte in scodelle di plastica e poi il cocco fresco, aperto al momento con una mannaia e servito con cannuccia. Tutto ciò distribuito ai lati della strada, lungo una linea spezzata di stand tutti diversi per dimensione, prodotto e tipo di cucina. Ritrovi di nuovo i tuoi occhi da europea sognanti ma allo stesso tempo perplessi: cosa mangio? C’è una punta di panico che emerge dall’iceberg dello spaesamento. E’ un pò quella sorta di brivido di quando sei sulle montagne russe e il trenino arranca sulla prima salita…quel misto tra adrenalina e il più sentito “ma chi me l’ha fatto fare”: e se poi è troppo piccante? E se non lo digerisco? Oddio ma sarà fresca la carne? Giusto il tempo di chiedertelo e poi via, sei già a metà percorso, lanciata a velocità supersonica su una nuova salita. E non hai più tempo di porti troppe domande perchè sei nel pieno dell’azione e hai solo voglia di goderti il tuo giro di giostra, strabuzzando gli occhi e alzando le mani al cielo per assaporarne tutta la straordinarietà.
E’ andata più o meno così. Almeno credo. Era un calamaro alla piastra. Ed era buonissimo.

Elisa Cugnaschi

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