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Please, be like others


 

L’Iran è uno dei cinque paesi al mondo in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono punibili secondo il codice penale con frustate, ergastolo e con la pena di morte. Ogni effusione, bacio, carezza, rapporto, ha una contropartita di schiocchi (settantaquattro, cento, ottantacinque), un numero di anni di prigionia, una chiamata al cappio.

L’architettura dell’ordinamento giuridico declina le pene a seconda del disvalore attribuito a quella certa condotta, con certosina distinzione a seconda del ruolo, della professione religiosa, del sesso. Un bacio tra donne, cento frustate. Un rapporto completo tra uomini, pena di morte per il soggetto passivo, ergastolo per quello attivo. Un rapporto completo con un “infedele” nel ruolo attivo, pena di morte.[1]

La particolarità dell’Iran tuttavia non sta solo nella criminalizzazione dell’omosessualità e nella condanna sociale di queste persone, ma in un dato tanto rilevante quanto sconosciuto al pubblico:
l’Iran è il secondo paese al mondo per numero di operazioni chirurgiche di cambio di sesso. Questo assurdo fenomeno è raccontato nel crudo (ma intenso) documentario di Tanaz Eshaghian “Be Like Others”, un titolo a metà tra esortazione e preghiera. “Be Like Others”, girato nel 2008 a Teheran. segue la storia di alcuni ragazzi di Teheran che decidono di curare la propria omosessualità attraverso un intervento di riassegnazione di genere. Se l’omosessualità è un crimine da pena capitale, la riassegnazione di genere è invece vista come una cura ad hoc. I ragazzi e le ragazze omosessuali di “Be Like Others” si sentono perfettamente a proprio agio nel loro corpo, non vorrebbero cambiarlo…ma quale alternativa hanno? Vedono nella cura dell’omosessualità una via per evitare la condanna della legge, della società e della famiglia, e non esitano quindi a iniziare il percorso di “guarigione”, senza essere informati o seguiti e supportati con adeguata assistenza psicologica (molti sono ancora minorenni quando iniziano questo percorso).

La strada della guarigione inizia con una serie di sedute di psicoterapia affiancate ad analisi ormonali e cromosomiche per rilevare eventuali anomalie, quasi secondo una rivisitazione dell’uomo criminale di Lombroso. Le sedute psicoterapeutiche consistono in trattamenti per indurre avversione all’omosessualità accompagnati dall’assunzione di medicinali psicotropi ed il trattamento più efficace di tutti: l’elettroshock.

Una volta conclusa questa prima fase, e una volta rilevato che il trattamento psicologico non si è tradotto in un cambiamento dell’orientamento sessuale, lo psichiatra annuncia la diagnosi di “Disordine dell’Identità sessuale”, seguito dal rilascio di un permesso ufficiale di riassegnazione di sesso che permette l’ottenimento di nuovi documenti dopo anni, al momento della conclusione della cura.

Il percorso di cambio di sesso inizia con terapie ormonali (per chi può permettersele) e continua con la completa sterilizzazione seguita dall’operazione chirurgica di cambio di sesso; lungo questo percorso sono innumerevoli gli abusi che i pazienti si trovano a subire, sia da parte dei medici che da parte degli infermieri e dei familiari.

Il sistema sanitario Iraniano non prevede una formazione specializzata per chirurghi che svolgono questo tipo di operazioni molto complesse, e questo si traduce in danni irreparabili all’integrità fisica e alla salute dei pazienti.

Molti si ritrovano con delle vere e proprie mutilazioni per colpa di errori dovuti a negligenza o inesperienza e sono obbligati a sottoporsi anche a quattro o cinque operazioni chirurgiche per riparare i danni. “Il mio chirurgo si è sentito in potere di sperimentare su di me operazioni che non aveva mai provato su nessun altro“ racconta Farnaz, che si è sottoposta alla prima operazione di mastectomia all’età di soli diciassette anni “dopo essermi sottoposta alla quarta operazione senza riuscire a risolvere i danni della prima, mi ritrovavo con fortissimi dolori e cicatrici lungo tutto il busto; alla fine mi sono rivolta a un rinomato specialista in Canada, il quale mi ha detto che non poteva fare niente per riparare il danno poiché i muscoli del petto erano stati asportati e le mie costole danneggiate in maniera permanente.”

Non mancano anche i casi di violenze e molestie sessuali ai pazienti degenti da parte degli infermieri (una donna che si sottopone all’operazione viene poi ricoverata nel reparto maschile dell’ospedale dove gli infermieri e i medici sono esclusivamente uomini, secondo le leggi iraniane): “La prima notte dopo la mia operazione è stata la peggior notte della mia vita, cui non credevo di sopravvivere” racconta Soheil “Ero stata sottoposta alla rimozione del seno, delle ovaie e dell’utero, ero sofferente e sanguinante e l’infermiere invece di curarmi mi ha seviziata con il catetere chiedendomi perché avessi voluto operarmi. Il giorno seguente ho denunciato il fatto al suo superiore ma l’unica risposta ricevuta è stata – non ti hanno stuprata vero? – no, ma hanno fatto altre cose – vai via e ringrazia Dio che non ti abbiano stuprata, l’operazione l’hai voluta tu- ”.

Molti si trovano dunque ad affrontare una vita di dolori lancinanti e cronici, molti altri muoiono dopo poco tempo per complicazioni chirurgiche (anche semplici infezioni o addirittura per emorragie) poiché vengono dimessi senza adeguate cure e senza assistenza di famiglia o personale specializzato, in abbandono totale.

Nascere omosessuali in nessuna parte del mondo è una scelta. In alcuni paesi è un semplice dato di fatto, in altri è un dato di fatto che porta con sé difficoltà e percorsi di crescita più complessi, in Iran invece è una condizione che costa la libertà, la salute, la vita.

Francesca Fattori

 

Titolo: Be Like Others
Regia: Tanaz Eshaghian
Anno: 2008

 

[1] L’essere omosessuali è accompagnato dall’essere vittime di violazioni di diritti umani quotidiane, sia in famiglia che in società. Arresti e detenzioni arbitrarie, abusi da parte delle forze dell’ordine, maltrattamenti, ispezioni corporali e altri trattamenti degradanti.
(“Mio padre mi legava mani e gambe, mi gettava in bagno e mi frustava con la sua cintura, “racconta Akan Kayseri, nel 2011 “ poichè ero una ragazza, ma non mi vestivo come tale. Non capisco come potesse giustificare il fatto di picchiarmi con il solo rimprovero di non essere in grado di innamorarmi dei ragazzi. Mi picchiava in continuazione e non potevo oppormi o scappare, così un giorno tentai il suicidio. Mio padre mi trovò ancora viva e invece che portarmi in ospedale, per la vergogna, scelse di ricucirmi i polsi lui stesso e poi continuò a picchiarmi, finché non decisi di scappare e trasferirmi all’estero.”)

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